Che strani modi di ragionare. Se una donna, per fame, in Italia, accetta di lavorare per un caporale, in campagna, per tre euro all’ora, tutti, giustamente, ci scandalizziamo e ci scagliamo contro il caporale e a favore della povera donna sfruttata. A nessuno viene in mente di dire che è giusto perché quella donna ha fame. Viceversa, se in India, in Ucraina o in uno dei tanti Paesi poveri del mondo una donna accetta, per fame, di essere usata come una incubatrice e di mettere al mondo un figlio per poi venderlo a una coppia di ricchi committenti, allora, la falsa pietà fa dire alle stesse persone che in fondo la cosa può essere accettata. Perché? Perché la donna povera, grazie a questa ignobile compravendita, ha mangiato. Così, invece di impegnarci seriamente per la liberazione della donna, accettiamo che venga ancora e sempre sfruttata. Che campioni di coerenza! Senza parlare poi del bambino che da persona è stato ridotto a oggetto. Capisco il dolore di chi non può avere un figlio. Come capisco il dolore dei genitori che hanno perso un figlio. O di quelli costretti ad andare a trovarli in carcere o in ospedale. Va detto, però, che un figlio per quanto desiderato non è un diritto. Occorre fare di tutto perché nessuno abbia a soffrire. Ma a nessuno è dato di lenire la propria sofferenza umiliando e comprando la fame delle donne povere e portandosi a casa un bambino che, per quanto accolto, amato e coccolato non sarà mai suo figlio. Tutt’altra cosa, naturalmente, è il dono immenso dell’adozione.

Padre Maurizio Patriciello