Quanti bocconi amari abbiamo dovuto ingoiare, quante paure vincere. Che ci fossimo cacciati in un ginepraio avvelenato come la stessa terra che avevamo intenzione di difendere, lo abbiamo sempre saputo; non sempre, però, avevamo messo in conto che i tempi per arrivare a qualche verità, contro i signori dei rifuti tossici e della camorra che con loro aveva annusato il grande affare, potessero essere tanto lunghi e scoraggianti.

Il caro poliziotto Roberto Mancini, aveva capito subito il nesso tra malattie oncologiche, camorra, rifiuti tossici. E lo aveva denunciato fin dal 1996. Caro, indimenticabile Roberto, l’unica cosa che potei fare, per dirgli la nostra riconoscenza e il nostro affetto fu quella di correre a Roma per celebrare i suoi funerali.

Anche lui, come tanti nostri cari, infatti, nella “terra dei fuochi”, aveva trovato prima la malattia poi la morte.

I cittadini protestavano, denunciavano, i responsabili si difendevano, supportati da qualche agronomo chiamato in causa. I negazionisti tacciavano i cittadini di essere allarmisti. Il processo all’avvocato Cipriano Chianese, accusato di avere avvelenato i terreni di Giugliano con la sua discarica che andava sotto il nome di Resit, andava avanti.

Lentamente, stancamente. Le giornate sono lunghe, i tempi cambiano, la pandemia ha fatto il resto.

I genitori di un bambino cui il cancro ha spento la vita, i figli di una giovane mamma morta di leucemia, sono troppo immersi nel dolore per continuare a credere che la giustizia trionferà. Troppo lunghi e snervanti sono i tempi che richiede.

Invece, proprio in questi giorni di grande preoccupazioni per le sorti del nostro Paese, arriva la notizia tanto attesa: La Corte di cassazione ha condannato in via definitiva a 18 anni di carcere Cipriano Chianese, e 15 anni, Gaetano Cerci, altro imprenditore dei rifiuti vicini al Clan dei casalesi. L’accusa è di associazione camorristica e avvelenamento delle acque.

È proprio vero? Facciamo quasi fatica a crederci. Verrebbe da gridare dalla gioia. I cristiani, però, non gioiscono mai al pensiero che una persona venga rinchiusa in carcere. No, non è un malcelato senso di vendetta che oggi ci fa riprendere coraggio, ma la constatazione che la giustizia finalmente è arrivata a mettere un punto fermo a questa vicenda che ha dell’incredibile.

Questa sentenza getta luce su tanti punti tenuti volutamente nell’ombra. Il pensiero corre, in questo momento, a tutti coloro che, negli anni, hanno parlato e scritto della “terra dei fuochi” come di una grande bufala. Per costoro, non c’era niente di vero, ma solo tanto, inutile, chiasso. Il loro inquinamento non aveva niente da invidiare a quello dei terreni.

Tutto, quindi, era da mettere a tacere. Tacere: il silenzio complice del male che fa più male dello stesso male. D’altronde non era difficile, la camorra, cui facevano capo Chianese e Cerci, da sempre tiene sotto controllo l’intero territorio, minacciando e terrorizzando la povera gente. La parola d’ordine è stata sempre: zitto! Devi stare zitto. Il dito indice della mano destra, messo in verticale sulle sue stesse labbra, che il camorrista di turno, o uno dei suoi scagnozzi, ti mostrava con volto serio e minaccioso, bastava a farti capire che era meglio per te cambiare strada.

Tu taci, mentre loro fanno i propri affari milionari. Tu muori avvelenato dai riufiuti tossici, dalle esalazioni dei fumi puzzolenti, dalla falde acquifere inquinate mentre loro ingolfano i conti in banca. Un ringraziamento, commosso, riconoscente, a tutti coloro che, in questi anni non si sono arresi, hanno vinto la paura, non si sono lasciati comprare.

Ai volontari, ma anche a tanti magistrati; alle forze dell’ordine ma anche a quei giornali come il nostro “Avvenire” che dopo aver scoperchiato il pentolone hanno saputo tenere accesa la fiamma dell’interesse e la ricerca della verità. Un grazie a papa Francesco, perché con l’enciclica Laudato Si’ ha richiamato l’attenzione del mondo intero sulla necessita di custodire e difendere il creato.

Padre Maurizio Patriciello