La conobbi che era già vecchia, si chiamava Rosina. Iniziammo a frequentarci, ben presto crebbe la fiducia e l’affetto tra noi. Giorno dopo giorno, volle raccontarmi la storia della sua lunga e travagliata vita. Nata e vissuta in una famiglia povera di un quartiere popolare della vecchia Napoli, giovanissima, aveva sposato Andrea, un uomo onesto, ma puntiglioso e prepotente. Di figli al mondo ne avevano messi tanti; i maschi, naturalmente, erano l’orgoglio di papà. Anche Matteo, l’ultimo arrivato, fu accolto e coccolato, almeno fino a quando non iniziò a dare segni di ‘stranezze’.

Matteo era omosessuale. Bullizzato dai vicini e dagli amici per tutti era il ‘femminiello’ del quartiere. Andrea non si chiese mai se e quanto Matteo soffrisse per la sua situazione, né mai si preoccupò di parlargli a cuore aperto per tentare di capire. No, quel figlio, i suoi modi di essere, quei suoi atteggiamenti alquanto femminei, lo mandavano su tutte le furie; Matteo era il suo cruccio, la vergogna della sua casa, e lui pensava di risolvere il problema come aveva sempre fatto, minacciando, inveendo, picchiando. Matteo, però, non dava segni di ‘ravvedimento’ e Andrea sfogava la sua rabbia anche su sua moglie: era infatti la mamma, secondo lui, ad assecondare la condotta ‘disonorevole’ del figlio. Le cose non stavano così; al contrario, Rosina con Matteo ci parlava, lo richiamava, a volte anche lo rimproverava; sempre lo invitava alla prudenza. Insomma, a modo suo, tentava di proteggerlo.

In casa, però, c’era l’inferno e la colpa, secondo Andrea, era tutta di quel figlio «vizioso». «Meglio morto che omosessuale », ripeteva ai pochi parenti con i quali ancora accettava di parlare. Era ancora molto giovane Matteo quando fu messo alla porta. Rosina tentò di far ragionare il marito: che fine avrebbe fatto quel ragazzo lontano dalla sua casa? Niente da fare, Andrea fu irremovibile. Matteo tra lo sconcerto dei fratelli, le bestemmie del padre e le lacrime della mamma, preparò il fagotto. Ma dove sarebbe andato? La guerra era finita da poco, Napoli, ridotta a un cumulo di macerie, versava in condizioni miserabili; la famiglia, benché povera, era l’unico appiglio per non finire sotto i ponti. Matteo, senza fiatare, chinò il capo e accettò la sentenza paterna. La mattina della partenza, però, nel piccolo ‘basso’ dove la luce stentava ad arrivare, di valigie preparate ce n’erano due.

«Che fai? Dove vai?», chiese, con fare burbero, Andrea alla sua sposa. Rosina, donna minuta, fragile, sottomessa, analfabeta, che sapeva esprimersi solo nella nostra bella lingua napoletana, rispose con fermezza: «Vado via con Matteo, al mondo ormai ha solo me, tutti gli avete voltato le spalle. Sono sua mamma e una mamma non abbandona mai i suoi figli. Tu bada agli altri, io mi prenderò cura di lui…». Non poche volte, nell’esercizio del mio ministero sacerdotale, ho avuto la sensazione che il Signore mi parlasse attraverso le persone che incrociavo sul mio cammino.

Con Rosina ne ebbi la certezza. Mi ritorna alla mente questa storia triste e dolorosa, ma anche zeppa di amore e di speranza mentre leggo e rileggo le esatte parole di papa Francesco sui fratelli e le sorelle omosessuali e i tanti commenti a favore o contro che ne sono stati fatti e che continueranno ad arrivare nei prossimi giorni. Nessuno tenti di strumentalizzare le parole evangelicamente cristalline di Francesco. Il Papa non sta mettendo in discussione la dottrina cattolica a riguardo, non ha tolto niente a chi nella Chiesa ha la grazia di nutrirsi della Parola di Dio e dei Sacramenti.

Non ha equiparato un’unione civile omosessuale alla famiglia tra un maschio e una femmina fondata sul sacramento del matrimonio. Il Santo Padre – mi permetta il paragone, Santità – come la povera e meravigliosa Rosina, sta tentando di far capire a tutti, credenti e non credenti, che Dio ama tutti e non può lasciare ai margini nessuno. Il Santo Padre sta chiedendo a chi ha avuto la grazia di conoscere, amare e servire Gesù, di allargare il cuore a dismisura, senza paura e senza rimpianti. Pur chiamati a essere santi, tanti di noi, credenti e praticanti, santi, purtroppo, non lo diventeremo.

Il Signore ci ama lo stesso e accetta i pochi pani che gli offriamo. Vedo la vita cristiana come un lago dove un sasso lanciato dalla mano di un bambino ha dato vita a una serie di cerchi concentrici. Chiediamoci onestamente: in quale cerchio possiamo immedesimarci? Ognuno risponda per sé. Stupende le parole di Rosina: « Una mamma non abbandona mai i suoi figli » . Nemmeno un padre. Nemmeno il Papa e la Chiesa voluta da Gesù.

Padre Maurizio Patriciello