È incredibile la capacità che ha l’uomo di adattarsi anche alle situazioni più impensate. Lo stiamo vedendo con il flagello di questa pandemia che ci è cascata addosso. In primavera, atterriti dall’ignoto incubo, abbiamo osservato le regole che ci venivano date. Abbiamo sperimentato la bellezza della condivisione, siamo stati seri e responsabili. In estate, il sole, il mare, la voglia di vivere, di viaggiare, il fatto che i morti erano, magari, tanto distanti da casa nostra, ci hanno fatto procedere in una direzione folle che ora ci sta presentando il conto. Non è mia intenzione, e non ho voglia, qui, di rimarcare le responsabilità politiche che sono sotto gli occhi di tutti e che passeranno nei libri di storia. Mi interessa, invece, sottolineare come, a distanza di pochi mesi, siamo cambiati noi e il nostro approccio nei confronti del coronavirus. Capisco chi, per motivi di lavoro, protesta per le regole che siamo tutti chiamati ad osservare.

Capisco gli anziani che vivono in piccoli centri ai quali viene chiesto il sacrificio enorme di rimanere soli a Natale. Mi viene difficile capire chi si lamenta per non potersi recare a sciare, o a fare festa nei locali allo scoccare della mezzanotte di questo anno tanto difficile eppure zeppo di grazia. Sul campo di combattimento stiamo lasciando tanti nostri cari e tanta brava gente, impegnata negli ospedali, nelle chiese, nel volontariato, nel loro lavoro. Queste persone meritano il rispetto e la riconoscenza di tutti gli italiani, soprattutto di coloro che fino a oggi hanno avuto la fortuna di non essere stati contagiati. Ho detto “fino ad oggi” perché nessuno sa che cosa avverrà domani. Per questo motivo i cristiani non si stancano di pregare per i vivi e per i morti; di chiedere a Dio la forza di continuare a seminare la speranza nei cuori a lutto e disperati. La pandemia, però, si abbatte come una scure su chi soffre le tante altre criticità, che continuano a pesare sui nostri territori e nelle nostre famiglie. Come, più volte, abbiamo avuto modo di dire, questa sciagura – come accade in ogni guerra – arricchisce qualcuno e immiserisce tanti altri. Come ogni calamità porta con sé tante ambiguità, dimenticanze, omissioni, ruberie, furbizie. Pochi giorni fa, Sofia, una bellissima ragazza di quattordici anni, si è spenta a Napoli dopo tre anni di sofferenza. L’anno scorso, proprio in occasione del Natale, aveva pubblicato sui social un video in cui ringraziava i nostri volontari per averle donato un computer. Ha ceduto, Sofia. Non ce l’ha fatta, il sarcoma ha vinto. Melissa, invece, è partita per Firenze, per una cura sperimentale, sperando di vincere la corsa contro la leucemia. I problemi che tutti subiamo in questo tempo difficile e doloroso, si fanno macigni insopportabili per questi bambini e per i loro genitori. Non dimentichiamoli. Non lasciamoli soli. «Se ognuno fa qualcosa, qualcosa di bello succederà» Questo tempo strano vede le nostre parrocchie prese d’assalto dai più poveri. Un numero impressionante che aumenta sempre di più. Si dà quel che si riceve, non è tanto ma è già qualcosa. «Se ognuno fa qualcosa, qualcosa di bello succederà» amava ripetere il beato don Pino Puglisi. Io ci credo. Il Signore non ci chiede di trasformare il mondo, ma di fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità. Mercoledì, almeno trecento famiglie, facevano la fila ai cancelli della mia parrocchia per poter mettere il piatto a tavola la sera. Che mortificazione, ma anche che gioia poter condividere quel poco che si ha. Che sapore squisito acquista il pezzo di pane che ti resta dopo averlo condiviso. Il flagello della pandemia tra i più poveri sta facendo una strage. Purtroppo in tanti luoghi tristemente noti, la malavita non ha cessato di gestire i suoi sporchi affari. Al contrario, ha trovato nuovi filoni da scavare nell’inesauribile miniera della criminalità. Durante un servizio di contrasto allo spaccio della droga nel mio quartiere, la Polizia ha intercettato, giovedì scorso, un gruppo di malviventi. Uno di essi ha puntato una mitraglietta contro gli agenti e ha tentato di fuggire. I poliziotti non glielo hanno permesso. Aveva solo 23 anni. Quelle mitragliette, in genere, sono imbracciate e ostentate anche per impaurire e minacciare coloro che avessero la tentazione di ribellarsi o denunciare. Terrorizzata, avvilita, la povera gente sopporta. Tace. È tanto stanca. Povertà, disoccupazione, malattie, paura di essere contagiati, malavita organizzata: è veramente troppo. Il flagello della pandemia tra i più poveri sta facendo una strage.

Padre Maurizio Patriciello