Forse, chissà, il movente del ‘duplice omicidio degli innamorati di Lecce’ potrebbe essere nascosto nelle stesse parole del colpevole. Nell’invidia, certamente. E abbiamo il dovere di indagare a fondo su questo potentissimo veleno che fa danni incommensurabili a chi lo porta in cuore e a chi lo subisce. E chiederci se abbiamo almeno tentato di renderlo meno innocuo, se abbiamo avuto il coraggio di sradicarne le radici nel momento in cui iniziava a germogliare nel nostro cuore. Se abbiamo saputo mettere in guardia i nostri ragazzi da questa orribile schiavitù che tutto toglie e niente aggiunge alla felicità di ognuno.

Le passioni vanno tenute sotto controllo, allo stato brado fanno danni enormi. «Ho fatto una cavolata», ha detto candidamente lo sterminatore dei due innamorati. Quel giovane, davanti al quale si apre, chissà per quanti anni, il carcere, considera, dunque, lo spietato duplice omicidio una «cavolata». Vuol dire che il futuro dottore in infermieristica, non aveva chiara nessuna scala di valori. La vita non era per lui, il sacrario inviolabile, davanti al quale tutti dobbiamo inginocchiarsi.

Per Antonio De Marco un diverbio verbale o un pugno negli occhi, pari sono; come pari sono uno spintone o un accoltellamento. Una «cavolata », come quando, per pigrizia, si perde il treno o si esce senza ombrello durante un temporale. Se organizzare puntigliosamente lo sterminio di due vite, De Marco lo considera una «cavolata», qualche domanda ce la dobbiamo porre anche noi. Sì, perché, questo giovane è nato in una famiglia, ha frequentato la scuola, ha avuto, per quanto schivo e solitario, a che fare con amici e conoscenti. I dolorosissimi, inspiegabili fatti di sangue di questi ultimi mesi ci costringono a fare un serio esame di coscienza, per chiederci, con grande umiltà e responsabilità, che cosa possiamo realmente fare perché si ponga fine a queste mattanze. La banalità del male ci si è presentata in tutta la sua atroce realtà. Se almeno ci avessero detto e dimostrato che De Marco è un pazzo, avremmo trovato un pizzico di pace.

E, invece, non lo è. Se ci venisse detto che era follemente innamorato di Eleonora, abituati come siamo a tante patologiche passioni criminali, chissà, forse, ci saremmo accontentati di questa spiegazione. E, invece, non lo era. Facciamo attenzione ancora alle sue parole: «Erano troppo felici e questo mi ha fatto montare la rabbia». L’invidia della felicità altrui, dunque, fa montare la rabbia a questo poveraccio che, invece di darsi da fare per costruire la sua vita, si lascia mordere e strangolare il cuore dalla quella dei suoi vecchi coinquilini. Ecco, dunque, l’altro elemento sul quale riflettere: l’incapacità di gestire la rabbia.

A Sant’Antimo, nel Napoletano, a un coetaneo di De Marco, sono state amputate ambedue le gambe. Per un diverbio sulla viabi-lità, qualcuno, al quale era montata la rabbia, gli ha esploso contro sette colpi di pistola. Siamo alla pura follia? No, il folle è folle, possiamo facilmente individuarlo e renderlo innocuo. Siamo, purtroppo, allo svilimento della dignità della persona umana; all’incapacità di gestire emozioni, passioni, scatti d’ira. Siamo a un bivio davanti al quale tutti, ma proprio tutti, dobbiamo scegliere da che parte stare.

«Educare è cosa del cuore», diceva san Giovanni Bosco. Educatori non ci improvvisa, si diventa lentamente, mettendo in campo tutta la pazienza, la conoscenza e l’intelligenza di cui siamo capaci. Sapendo che i bambini non sono sacchi da riempire, ma coscienze da formare. Sapendo che le parole, quando non sono accompagnate dall’esempio del genitore, del maestro, del prete, dell’educatore, sono non solo inutili, ma dannose. Fermiamoci, dunque. Se troppi nostri ragazzi annaspano e deragliano, una qualche responsabilità ce l’abbiamo anche noi adulti. Scandalizzarci, maledire, inveire, lascia il tempo che trova. Occorre tirar fuori il coraggio e scendere nei meandri dei cuori e delle menti dei bambini e dei giovani e, insieme, individuare quella maledetta zizzania velenosa, per poterla estirpare prima che affondi le radici nel profondo.

Padre Maurizio Patriciello