Il dibattito sviluppatosi, in queste ultime settimane, con toni anche accesi ma sempre rispettosi, su ‘Avvenire’ e nel mondo cattolico e laico intorno al dramma dell’aborto chimico, sta a dimostrare che l’aborto è e rimane una ferita dolorosamente aperta nella coscienza e nella prassi degli italiani. Che l’aborto sia la soppressione di una vita umana nascente non è dogma di fede ma evidenza di scienza e di ragione.

E chi crede nel Dio di Gesù Cristo mai potrà accettare che una vita, sia essa nascente o morente, venga arbitrariamente eliminata. Perché è fuor di dubbio, come si espresse san Giovanni Paolo II, che «un delitto non potrà mai diventare un diritto». E che l’aborto, come di recente ha detto papa Francesco «è come affittare un sicario per risolvere un problema».

Una vera pugnalata al cuore. Attenzione, è una pugnalata al cuore il fatto, non le parole usate. Ognuno di noi è scoppiato alla vita nel grembo di un’altra vita che avrebbe potuto non accogliere ma eliminare. Non è successo. Grazie a Dio, a noi non è successo. E ci siamo. Siamo vivi. Vivi. Chi scrive è nato, ultimo di cinque figli, da genitori non più giovani, che, dopo i primi giorni di smarrimento, accolsero la nuova vita come una benedizione.

La mia riconoscenza nei loro confronti è eterna. Un cristiano cattolico riflette sull’aborto con la sua ragione e con gli occhi della Chiesa. E soffre. Non può non soffrire al pensiero che una creatura innocente che oggi saltella felice nel grembo della mamma domani sarà condannata a morte. Possiamo chiamare questa decisione con le parole che più ci aggradano, possiamo edulcorarle, renderle meno aggressive, meno graffianti, più misericordiose, la realtà non cambia. L’Italia, a riguardo, a suo tempo, si è data una legge. Può piacere o non piacere è una legge dello Stato.

Una legge che, almeno nelle intenzioni, tenta di ridimensionare il dramma; di evitare che oltre al bambino venga colpita anche la mamma. Proprio perché siamo convinti che una sola vita – la mia, la tua – ha un valore immenso, occorre fare di tutto per salvarne quante più è possibile. Ricordando che l’ottimo è nemico del bene, allora, e riaffermando il nostro no assoluto a ogni eliminazione della fragile e preziosissima vita nascente, si tratta di farci apostoli della vita e vigilare, di volta in volta, se la legge 194 venga realmente osservata quando dice che «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite».

A riguardo, la mia esperienza di parroco, impegnato, con tanti volontari, in questo campo doloroso e affascinante, dice che non è vero che tutti i consultori lavorino alacremente per andare incontro alla donna che chiede di abortire per tentare di eliminare ogni eventuale ostacolo. Non è vero che tutti gli operatori nel settore sentono l’aborto come una ferita profonda. La mia esperienza è diversa da quella del dottor Fattorini, che nella sua lettera al direttore, sabato scorso, affermava: «Io nei miei lunghi anni di professione ho imparato ad apprezzare la sapienza con cui le donne sanno amministrare il proprio corpo». In nessun altro campo, come in questo, occorre avere un cuore e una mente umili e lucidi.

Le esperienze dei parroci che ascoltano, consigliano, confessano le donne dopo un aborto, non valgono meno di quelle degli operatori sanitari o del ministro della Salute. Chi scrive ha salvato, con i suoi volontari e i pochi mezzi a disposizione, dalla morte certa dovuta all’aborto, un centinaio di vite umane. Questi giovani, adolescenti, ragazzine, non sapranno mai come furono strappati alla fogna all’ultimo momento. Le loro mamme non erano per niente sicure di quello che stavano facendo.

Al contrario. Mai come in quel momento erano fragili, smarrite, non sapevano come amministrare il proprio corpo. Avevano bisogno di aiuto e lasciarle decidere da sole per un malcelato senso di rispetto sarebbe stato orribile. Un vero atto di egoismo e di menefreghismo. Occorre, in quei momenti, che un samaritano buono si faccia carico della loro povertà non solo economica, ma psicologica, esistenziale. Dei loro conflitti morali, spirituali. Dei sensi di colpa che le accompagneranno dopo. La vita è un’avventura unica e bella. Ci sono giorni che puoi decidere da solo quello che vuoi fare e altri che hai bisogno di essere preso per mano e aiutato a guadare il fiume. I diritti delle donne come previsti dalla legge non sono in pericolo. Il bambino che porta in grembo, però, non va dimenticato. Tra i poveri è il più povero.

È un essere umano, figlio della donna che lo sta eliminando e alla quale si aggrappa. L’ottimo sarebbe salvare entrambi. Purtroppo, tante volte non è possibile. In caso contrario, un cristiano cattolico, dopo aver pianto le sue lacrime per quella vita abortita, ha il dovere di rimanere accanto alla mamma mancata e sostenerla, incoraggiarla. E se è un prete, ha l’obbligo di assolverla dal suo peccato e pregare con lei e per lei. Questa è la nostra fede. Questi siamo noi cattolici.