Il male – così come la vita, la morte, l’amore – è un mistero che non si lascia mai indagare del tutto. Lo puoi osservare inorridito, ne puoi studiare i vari aspetti, la personalità di chi lo compie, i luoghi, le epoche, ma ci sarà sempre qualcosa che sfugge alla tua indagine. Il male ci fa male, perciò non smettiamo di difenderci. Chiediamo aiuto a psichiatri, giuristi, filosofi, teologi, criminologi, umanisti, ma c’è un lato oscuro del male che si sottrae alla nostra indagine. Talvolta, sconfitti, ci accontentiamo di rimpicciolirlo, magari di cambiargli il nome, definendolo ragion di Stato, guerra, terrorismo, scontro di civiltà.

Altre volte, addirittura, con spericolate manovre, siamo riusciti a farlo passare come se fosse un bene. L’aborto, chirurgico o chimico che sia, è un esempio lampante. In questi giorni, poi, l’averlo riportato nel ‘privato’ fino a nove settimane, è stato salutato da qualcuno come segno di civiltà. Incredibile. La verità è che il male ci colpisce, ci soffoca, ci strozza. Davanti al male – spaventoso, illogico, assurdo – che scaturisce dal cuore dell’uomo, siamo (e sempre saremo) indifesi. Certo, possiamo indignarci, scandalizzarci, inorridire, ma con scarsi risultati.

Niente giustifica la persecuzione, la tortura, l’uccisione di un essere umano, soprattutto se innocente. Il grido di biblica memoria ‘Nessuno tocchi Caino’ sta lentamente diventando patrimonio dell’umanità. Niente e nessuno potrà mai giustificare gli indicibili orrori delle stragi di Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, dei campi di sterminio; le orribili morti di tante donne, massacrate da chi diceva o credeva di amarle, ci lasciano senza fiato. Tentare di capire è doveroso. Per poterci difendere, per sconfiggere la paura, per evitare ulteriori sofferenze.

Lo facciamo con i mezzi che abbiamo a disposizione: la ragione, la scienza, il diritto, la fede. Quando l’artefice dello scempio è vivo abbiamo il bersaglio contro cui scagliarci: ‘Deve marcire in galera… è una belva umana… merita la pena di morte’. Ma quando anche l’assassino, lo stupratore, l’aguzzino ha scelto di togliersi la vita, davanti al volto arcigno e beffardo del male, ci ritroviamo come bambini nel folto di una foresta durante una notte di tempesta. Allora balbettiamo. E andiamo alla ricerca dell’untore, del malvagio per condizione e definizione.

C’è chi pensa di scovarlo nella razza, chi nel colore della pelle, chi nel conto in banca. Chi in una religione diversa dalla sua, chi nel ‘diverso’, chi nel bambino non ancora nato, chi nelle mafie, chi nelle droghe. Con rabbia diciamo di colui che si è macchiato di un delitto efferato ‘è un pazzo’ e potrebbe essere vero, ma, in genere, veniamo smentiti dagli esperti, dai vicini, dai colleghi. E ritornano le vertigini, lo smarrimento, la paura. Lo sconforto. Che nome dare, allora, a questo gelido abisso in cui tanta gente continua a precipitare? La risposta della fede cristiana la troviamo nella dottrina del peccato originale, un tenue fascio di luce nel buio fitto della notte.

‘Nessuna pietà per l’assassino’, grida qualcuno nel momento del dolore, e non si accorge di dire una sciocchezza. Non solo la Chiesa, la fede, i credenti, ma il nostro ordinamento giuridico esercitano la pietà verso il reo. Anche il più fanatico e sanguinario terrorista, rimasto ferito in un attentato, viene soccorso e curato come ogni essere umano. Questa è la pietà. Questa è umanità. Questa è civiltà. Patrimonio immenso al quale non vogliamo in nessun modo abdicare per non ricadere nella barbarie. La pietà non svilisce la sete di giustizia, al contrario, consente al giusto di non essere a sua volta risucchiato nel vortice del male.

Maurizio era un mio amico d’infanzia. Viveva in campagna con la mamma, Mariuccia, che stravedeva per lui. Un giorno Mariuccia corse dai vicini: «Venite – gridò – mio figlio è morto ». Uno spettacolo orrendo si presentò agli occhi dei soccorritori. Nella notte, Mariuccia, lo aveva massacrato a colpi di martello. La tragedia ci sconvolse. Tanti anni dopo, Mariuccia, vecchia, sola, malata e malandata fece ritorno al nostro paese. La parrocchia le si fece accanto, le offrì una casetta e la possibilità di vivere serenamente gli ultimi anni di vita. Riguardo a quella notte infame, Mariuccia non volle mai dire una parola. Rispettammo il suo silenzio, il suo dolore, il suo segreto. Il suo mistero. Mariuccia morì senza aver più fatto male a una mosca, accudita, sostenuta e amata dai vicini. La pietà della nostra gente non si era spenta. Allo spettro del male che fa male la nostra comunità aveva contrapposto un possente argine di bene.