«Mamma e papà ti ameranno per sempre», hanno scritto su un pezzetto di carta prima di adagiarlo nella culla termica in una chiesa a Bari. Poi, forse, come la sorella del piccolo Mosè, saranno rimasti a guardare da lontano che cosa gli sarebbe accaduto, o, chissà, per la paura di essere notati, saranno scappati a perdifiato.

Il piccolo è vivo questa è la notizia bella. Non solo, ma è amato, curato, accudito. È finito in buone mani. I genitori, evidentemente, si fidavano del luogo dove erano andati a deporre il piccolo: una chiesa.

La notizia, a prima vista brutta, è che il piccolo è stato abbandonato proprio da chi lo ha messo al mondo. Ho detto “a prima vista” perché quella decisione dolorosa potrebbe non essere stata dettata dall’egoismo, dal menefreghismo, dal cinismo, ma dall’amore. Almeno questo si evince dalle parole con cui hanno voluto salutare il figlio. Chi ama, però, è disposto a morire insieme al suo bambino, non lo abbandona. Eppure a ben guardare le cose potrebbero stare diversamente.

Il pensiero corre a un famoso episodio biblico che potrebbe aiutarci a entrare nei meandri di un cuore materno. Due donne si presentano al re Salomone e invocano giustizia. Ambedue affermano di essere la mamma di un neonato; ognuna accusa l’altra di essere un’impostora. Il piccolo conteso non parla, testimoni non ce ne sono. Che cosa fare? Salomone ha un’idea geniale. Ordina: «Portatemi una spada! Tagliate in due il bambino e datene metà all’una e metà all’altra». L’impostora, cinica, impietosa, accecata dal’invidia, accoglie soddisfatta la sentenza: «Non sia né mio né tuo, dividetelo in due». L’altra, invece, grida tutto il suo orrore: «Signore, date a lei il bambino, non uccidetelo». Il re capisce che proprio lei, disposta a perdere il suo bambino, pur di saperlo vivo, è la mamma del bambino.

Il piccolo Luigi – così hanno chiesto di chiamarlo i genitori – potrebbe essere stato abbandonato per amore. Di certo, è vivo. È uno di noi. È figlio di questa nostra stupenda e strana umanità. Il rischio è che non nascesse. Invece è nato. I genitori avrebbero potuto lasciarlo in ospedale alla nascita. Ma lo hanno accudito per una decina di giorni, prima di decidere di affidarlo ad altri. Forse hanno creduto di potercela fare, di potergli assicurare il latte, le attenzioni, un tetto. Non lo sappiamo.

La vita di Luigi è un inno alla vita. Un canto che ci commuove e ci responsabilizza. Il suo pianto è la più bella musica che mai sia stata suonata al mondo. Il problema siamo noi con i nostri talvolta strani e contraddittori modi di pensare, legiferare, governare. Il pensiero non può non andare al dramma immenso dell’aborto in Italia e nel mondo; al denaro pubblico speso per terminare una gravidanza indesiderata. Purtroppo, gli stessi fondi non vengono erogati a coloro che quel figlio accoglierebbero volentieri se solo una mano pietosa venisse in aiuto alla loro povertà. Gli italiani in questi anni – e in particolare proprio in questi giorni – sono preoccupati per le tante, troppe, culle vuote. La storia sembra incapace di insegnare. Culle vuote oggi vuol dire problemi di ogni tipo domani. Aule scolastiche semideserte, scarsità di gioventù, un Paese che tristemente invecchia e muore. Alla base di tutto, oltre agli egoismi personali, c’è l’inadeguata capacità della politica di investire sulla vita nascente, sull’educazione, sui bambini, sulla famiglia. Bisogna al più presto correre ai ripari. La politica deve farsi carico con coraggio, trasparenza, lungimiranza di questi che sono i veri nodi del nostro Paese e smetterla di tentare di distrarre gli italiani con pseudo problemi facilmente risolvibili con un poco di buon senso e leggi già esistenti.

Ai genitori di Luigi, chiunque essi siano, va la nostra comprensione. Certo, avrebbero potuto presentarsi nella stessa chiesa col bambino in braccio e chiedere aiuto. Non sappiamo perché non lo hanno fatto. Da parte nostra speriamo e preghiamo che possano trovare il coraggio e ritornare sui loro passi. Sarebbe veramente bello se Luigi potesse rimanere con loro, aiutati e sostenuti da tutti noi. Noi ci siamo. Ci saremo. Intanto vogliamo ringraziarli per aver donato la vita al loro bambino e non avere ceduto alla tentazione di imboccare vicoli ciechi che, solo all’apparenza, sembrano più facili da percorrere.

Padre Maurizio Patriciello