Si chiamava Imma, aveva 29 anni, lavorava presso l’aeroporto internazionale di Capodichino. Felicemente sposata, era mamma di una bambina di due anni.

Giovedì pomeriggio, 20 giugno 2019. Fa un caldo da morire, Imma è alla guida della sia Fiat 500, ancora una mezz’ora e, finalmente, sarà a casa. Sull’altra corsia della strada a scrorrimento veloce, un camion carico di patate avanza a velocità abbastanza sostenuta.

All’improvviso accade l’irreparabile. Una quantità enorme di patate, contenute in pesantissimi bancali, cade dal camion e invade le due corsie. La giovane mamma non ha nemmeno il tempo di realizzare che cosa stia accadendo, la sua piccola auto, travolta da quintali di patate, sbanda, arranca, si schianta.

Imma muore.

Non avrebbe mai pensato, uscendo di casa poche ore prima, di non farvi più ritorno; non avrebbe mai creduto che quel bacione dato alla sua bambina, mentre dormiva, sarebbe stato l’ultimo. Non avrebbe mai immaginato che il viaggio di ritorno dall’aeroporto di Capodichino non si sarebbe mai concluso.

Disgrazie, dice qualcuno, e fa spallucce. Casi della vita, gli risponde un altro. La banalità del male, si affretta a ripetere il primo. Il destino cieco, farfuglia l’altro.

E, invece, no. La maggior parte degli incidenti stradali nei quali, soprattutto in estate, tanti nostri cari amici e parenti hanno trovato la morte e tanti altri hanno riportato invalidità permanenti, non sono affatto da attribuire al caso o al destino infame. Tantissime volte dietro a tanta sofferenza c’è la negligenza dell’uomo, il suo egoismo, il suo menefreghismo, la sua caparbietà nel non volersi sottomettere alle regole della strada. C’è una vera e propria ottusità nel credersi superiore agli altri. Il non voler capire che ogni nostra azione coinvolge, nel bene e nel male, tanta altra gente.

Ritornando al dramma di cui stiamo parlando, è facile capire che se quel carico di patate fosse stato messo in sicurezza, se il camionista avesse guidato alla velocità prevista dalla legge, questa giovane mamma non sarebbe stata rapita alla sua bambina.

Quando ci mettiamo alla guida di una moto, di un’ automobile, o, a maggior ragione, di un camion, un Tir, un autobus, per quanto bravi ed esperti pensiamo di essere, occorre sempre mettere in conto gli imprevisti. Lanciare a folle velocità una motocicletta non è poi così difficile, difficile, se non impossibile, è bloccarla, senza fare e farsi male, alla vista di un ostacolo.

Siamo in tanti sulle strade. Così diversi per età, salute, umore, riflessi più o meno pronti. Siamo in tanti e le strade non sempre sono come dovrebbero essere. Sovente ci si imbatte in ingorghi, strettoie, lavori in corso, rallentamenti, buche, incidenti che mettono a dura prova la pazienza. Se è noioso rimanere intrappolati sotto il sole, è terribilmente dannoso e pericoloso giocare a fare i furbi, magari invadendo la corsia di emergenza o mettersi a fare quegli stupidi, irresponsabili e mortali zig-zag.

Dover dire addio a un figlio, un fratello, una mamma, un papà solo perché hanno avuto la sfortuna di incontrare sulla loro strada uno sciocco menefreghista, un ubriacone, un tossicodipendente provoca un dolore atroce e una rabbia immensa. Dalla morte di questa giovane mamma, come da quella di tante altre persone innocenti, possiamo imparare qualcosa?

Non solo possiamo, ma dobbiamo.

Ognuno deve convincersi che tutto quello che prende per se e non gli spetta lo sta rubando a un altro. Questo dicorso vale per l’evasione fiscale, per le cicche che gettiamo a terra, per la fila che non vogliamo rispettare alla posta. Ma vale anche, e soprattutto, nel momento in cui ci accingiamo a imboccare strade e autostrade insieme a milioni di fratelli e sorelle verso i quali abbiamo grandi doveri e responsabilità. Il non rispetto delle regole, l’alta velocità, l’alcol, la maledetta droga, la distrazione dovuta ai telefonini, potrebbero significare la morte di una persona o di una intera famiglia. Pensiamoci.

Imma è volata in cielo.

I suoi cari, l’intero paese di Forchia, la piangono. Ma è quel fagottino prezioso e fragile di due anni appena, oggi ignara di tutto, che per il resto della vita non avrà mai più la mamma a farci venire la pelle d’oca. Siamo chiamati a rispettare e amare il prossimo. Sempre. Anche quando siamo in viaggio.

Padre Maurizio Patriciello