Una scena bellissima. Un dipinto da incorniciare. Lui, alto, snello, capelli biondi, lunghi, tiene la mano agganciata a quella della sua ragazza che sembra uscita da un libro delle fate. Avanzano dondolandosi, quasi danzando. Scherzano, si prendono in giro, si fanno le coccole. Ogni tanto si fermano, si guardano negli occhi, si abbracciano, si baciano. Poi riprendono a saltellare, a correre, a rincorrersi. A fare girotondi. Sono proprio belli da guardare. C’è poco da fare, le persone innamorate fanno più bello il mondo, mi dico. Li osservo e mi accorgo di riconoscere quel giovanotto. È Gianluca. Gianluca! E la mente corre indietro nel tempo. Era una calda e luminosa mattina di primavera. Me ne stavo seduto sul sagrato di una chiesa ad aspettare una persona. Una donna, che non conoscevo, passando, mi salutò con cordialità. Fece pochi passi, poi ritornò indietro: “Padre, mi scusi – disse – sento il dovere di dirle una cosa importante. Sara, la figlia di un’amica è rimasta incinta. Il fidanzato, appena saputo la notizia, non si è fatto più vedere. Sara ha deciso di abortire. Se può, cerchi di aiutarla”. E riprese la sua strada. Annotai nome e indirizzo.
Un’ora dopo bussai alla sua porta. Mi presentai, ma mi accorsi che Sara e la sua famiglia mi conoscevano già. Spiegai loro il motivo della mia visita. Rimasero meravigliati ma accettarono di parlare. Sara era distrutta. Un mare di lacrime e di amarezza. All’improvviso le era caduto il mondo addosso. Portava in grembo un figlio, suo figlio, che avrebbe potuto essere la gioia della sua vita ma che, adesso, rappresentava il suo tormento. Non era facile per lei accettare quella gravidanza inaspettata. Michele, il fidanzato, aveva fatto perdere le sue tracce e lei era tanto giovane.
“Come faccio, padre? Se ci fosse anche lui sarebbe diverso, insieme avremmo potuto affrontare i problemi, ma da sola come faccio?” Povera figlia, aveva ragione da vendere. Non è facile a 20 anni diventare mamma, senza il sostegno di chi, fino al giorno prima, giurava di amarti. “ Hai ragione, Sara; ricordati però che noi ci siamo e non ti abbandoneremo. Se avrai il coraggio di far nascere il bambino che porti in grembo, ti assicuro che non te ne pentirai. Fidati. La vita è troppo bella, unica, preziosa per gettarla via. Con il tempo, vedrai, le cose cambieranno, solo se decidi di abortire non potrai più tornare indietro”. Nei giorni siccessivi, Sara passava da uno stato d’animo a un altro, alla velocità del lampo. A momenti di ansia e depressione ne alternava altri di speranza e di fede. Mille dubbi le inondavano il cuore. La paura era tanta. Povera ragazza. Aveva riposto fiducia nel suo Michele, gli aveva concesso tutto, e lui, nel momento più delicato, l’aveva abbandonata. Mi faceva rabbia. Alla delusione per l’amore perduto si aggiungeva adesso la paura di diventare una ragazza madre.
La sua mamma in un angolo piangeva. “La vita è tua, Sara. Devi decidere tu che cosa fare. Sappi che noi, qualsiasi sia la tua scelta, non ti abbandoneremo”. Che fare? Guardavo Sara con tenerezza immensa. In cuor mio pregavo. Il pensiero correva a tutte le ragazze come lei ingannate e abbandonate. Povere ragazze sulle quali cade tutto il peso di una eventuale gravidanza, della maternità o la lacerante scelta di eliminare il bambino.
Sara era credente anche se con la chiesa e i sacramenti non aveva troppa confidenza. Però pregava. Si, sapeva bene che l’aborto era un delitto. Sapeva che anche quel figlio che portava in grembo aveva il diritto di nascere. Sapeva tutto, ma era decisa a tutto. L’aborto in quelle ore le sembrava l’unica soluzione per uscire da quel labirinto in cui era finita. Sembrava proprio che lo spazio per la speranza andasse scemando. Ci incontrammo ancora.
Dopo i giorni dell’incertezza e dell’angoscia, dopo le lacrime versate e le preghiere innalzate al Signore della vita, Sara prese la sua decisione. Suo figlio sarebbe nato. “In questo mondo tanto grande ci sarà posto anche per lui” disse una mattina. Gli angeli danzarono.
Da quel giorno, come per incanto, divenne più serena. I mesi passavano. Il pancione cresceva. Gianluca nacque. Ebbi la gioia di battezzarlo. Mantenemmo la promessa fatta. Gli anni poi iniziarono a volare. Una domenica, alla Messa dei bambini, vestito di bianco, con il giglio in mano, emozionato e bello come il sole, ricevette per la prima volta Gesù nell’Eucarestia. In seguito la sua famiglia traslocò e non ebbi più modo di vederlo. L’ho incontrato per caso l’altro giorno. Uno spilungone innamorato e felice. Luminoso come quella mattina di tanti anni fa, quando, senza saperlo, la Provvidenza mi aveva dato appuntamento sul sagrato di una chiesa di Napoli. Sii felice, Gianluca. Respira forte questa vita che hai ricevuto in dono. Impegnati per fare più bello il mondo. E aiuta anche noi ad essere felici. Padre Maurizio Patriciello.