Il popolo italiano non chiede vendetta per i mafiosi, ma chiede di essere tutelato e difeso dalla minaccia che rappresentano.

Ho sentito dire da illustri parlamentari, che ai “pentiti” non credono, che le confessioni di questi ultimi sarebbero non solo inutili, ma devianti, dannose. E il pensiero è corso subito al magistrato Giovanni Falcone e Tommaso Buscetta, il mafioso “pentito” che gli permise di entrare nelle viscere della mafia. Le parole vanno pesate sempre, soprattutto in Parlamento. Sarebbe un pessimo affare se a causa del reo, l’ombra del sospetto dovesse cadere sull’innocente.

Una pagina di storia recente. Giuseppe Di Matteo, un ragazzino di 13 anni, viene rapito a Palermo, su ordine Giovanni Brusca, braccio destro del capo di Cosa nostra, Salvatore Riina. È il 23 novembre del 1993. Il bambino viene tenuto prigioniero per più di due anni, in diversi covi che gli amici di Brusca mettono a disposizione. Alla fine verrà portato in un bunker nelle campagne di San Giuseppe Jato.

Il rapimento ha lo scopo di costringere Santo, il papà di Giuseppe, collaboratore di giustizia, ed ex amico di Brusca, a fare marcia indietro. Santo non cede. Pur conoscendo la ferocia di cui è capace Brusca, rimane fermo nella sua decisione. Undici gennaio 1996, Brusca decide di disfarsi del ragazzo. Affida l’incarico a suo fratello Enzo, e a due dei suoi scagnozzi più fidati, Vincenzo Chiodo e Giuseppe Monticciolo. Giuseppe viene strangolato senza pietà, il suo corpo verrà sciolto nell’acido.

Si rimane senza parole. Basiti. Sbigottiti. Senza una fitta rete di complici pronti a obbedire, Brusca non avrebbe potuto arrivare a tanto.

Ho conosciuto Santino Di Matteo. Sono stato nel sotterraneo di San Giuseppe Jato. Ho visto l’orrore di centinaia di studenti mentre, in fila, scendevano nel covo. So con certezza che gli italiani onesti altro non chiedono che vivere serenamente, senza doversi guardare continuamente le spalle e senza rinunciare alla propria dignità.

Lo Stato è responsabile della nostra incolumità, della nostra serenità. Rimettere in libertà, per motivi di salute o per problemi inerenti allo stato delle carceri, i mafiosi ci mette inquietudine (mentre resta giusto e doveroso che siano adeguatamente curati). Pensiamo ai testimoni di giustizia, che hanno avuto il coraggio di denunciare i mafiosi e poi se li ritrovano in libertà.

Occhi negli occhi, signori. Non giochiamo a moscacieca. Se dall’interno delle carceri costoro riescono a comunicare con l’esterno, addirittura a mantenere le redini del comando, possiamo solo immaginare di che cosa sarebbero capaci stando ai domiciliari. Queste cose le sanno tutti, non solo i magistrati e le forze dell’ordine.

Abbiamo paura. Possiamo dirlo, apertamente, senza doverci vergognare? E siamo anche irritati, perché, alla fine, chi paga il prezzo più alto sono proprio le persone oneste che lo Stato ha l’obbligo di tutelare. Se, come ha detto il ministro Bonafede, ci “sono leggi in vigore da 50 anni e che nessuno ha mai cambiato”, in base alle quali i giudici si vedono costretti a scarcerare i detenuti, vuol dire che il problema è cronico.

Oggi non si tratta di trovare il capro espiatorio. Non servirebbe a niente. Si tratta invece di fermarsi, guardarsi negli occhi, chiedere perdono agli italiani, ai familiari delle vittime innocenti, evitare di approfittare di questa crisi e – insieme – cominciare a pensare a leggi che non permettano più a mafiosi, terroristi, camorristi, di avere sconti o favori. Sono contento che il mafioso Franco Cataldo, dopo essere stato scarcerato, ritorni in carcere (ripeto: non per vendetta). Fu proprio lui, insieme a Gaspare Spatuzza, a tendere la trappola per sequestrare il piccolo Giuseppe.

Gli italiani non capiranno perché uomini così, criminali di alto rango, che non danno segni di pentimento, debbano ritornare a casa. Occorre pensare a soluzioni alternative. Chiarezza, coerenza, bontà, sete di giustizia, desiderio di normalità ci accompagnano. E mentre ci prepariamo a commemorare la strage di Capaci, vogliamo ricordare lo stillicidio del sacrificio disumano cui fu sottoposto un bambino di 13 anni, tenuto prigioniero per 779 giorni, strangolato e sciolto nell’acido. L’Italia che non dimentica rende omaggio al piccolo Giuseppe Di Matteo.

Padre Maurizio Patriciello