Sono bastate poche parole – una preghiera rivolta al Signore – che papa Francesco ha pronunciato durante la Messa celebrata ieri, per mettere in moto ‘opinionisti’ di ogni genere e di granitiche certezze. «In questo tempo nel quale si comincia ad avere disposizione per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni». Qualcuno ne è sicuro, e lo proclama anche con fare retorico, Francesco non la pensa come i suoi fratelli vescovi italiani. Incredibile. Quando mai i vescovi italiani hanno spinto i fedeli a non rispettare le regole della prudenza e incitato all’irresponsabilità? Un certo modo di argomentare e di banalizzare appare inconcepibile, e ancor più davanti a una situazione drammaticamente complessa. Che ha bisogno del contributo di tutti, anche di fa informazione e spende libere opinioni.

Il Papa è fortemente preoccupato non solo per i suoi figli, ma per l’intera umanità. Sa bene che tantissimi non credenti lo ascoltano volentieri perché la sua parola dona speranza e fiducia. Il tempo che stiamo vivendo è un tempo triste, molto triste. E lo può diventare di più se non ci rendiamo responsabili gli uni degli altri. Francesco, quindi, è ‘dalla parte’ di chi guida la lotta contro la pandemia? Penso che nessuno, in Italia e nel mondo, possa dubitarne. Così come nessuno può far finta di ignorare che Francesco, uomo di Dio e non politico, come Gesù con parole e gesti continua ad assumere su di sé il peso della sofferenza umana per portarla davanti al trono dell’Altissimo. Nessuno è assente dalla sua preghiera. Francesco ha il polso della situazione a livello mondiale, con un’attenzione particolare ai chi sta pagando il prezzo più alto di questo flagello: i poveri.

Ieri, sono stato svegliato dal primo messaggio della giornata. È di un giovane, orfano fin dall’adolescenza, cresciuto in un quartiere a rischio, ma che non ha mai ceduto alla sirena della delinquenza. Con immensi sacrifici è riuscito a mettere su un piccolo negozio di barbiere. Avrebbe dovuto sposarsi il mese prossimo. Serio e responsabile, ha deciso di sospendere l’attività qualche giorno prima che il governo glielo imponesse. «Padre, ho resistito fino a oggi, ma non ce la faccio più; dovrò anch’io, come altri miei colleghi, rassegnarmi a lavorare ‘clandestinamente’. Non riesco a pagare il pigione e le bollette della luce. Perdonami, padre». Povero Gigi. Mi sento dilaniato tra l’incudine e il martello. Mi ritrovo a pensare che tanta gente se non muore di epidemia morirà di carestia. Il Papa lo sa. Ed è seriamente preoccupato. Ma il virus ancora non ci dà tregua, il vigliacco ancora si diverte a terrorizzare gli uomini. Occorre prudenza. Tanta, tanta prudenza, ci ricorda Francesco. Perché a nessuno di noi è consentito imitare quei bambini che giocano a pallone durante un bombardamento; solo loro ne hanno il diritto, se non lo facessero morirebbero di ansia e di paura. A noi questa scappatoia non è data. A noi è richiesta serietà, onestà, umiltà.

La preoccupata consapevolezza del Papa è identica a quella del cardinale Bassetti, dei vescovi, dei parroci italiani che non smettono di essere accanto al popolo affidato alle loro cure pastorali. La voce della Chiesa, e la voce della Chiesa italiana, è una. Pur con legittimi accenti diversi, abbiamo tutti a cuore il bene degli italiani. Tutti ci rendiamo conto della pericolosa, subdola, virulenza di questa epidemia. Tutti ci inchiniamo commossi di fronte alle persone morte in solitudine, tra cui tanti preti e suore. Tutti siamo rispettosi delle competenze e delle responsabilità altrui.

La Chiesa italiana – dal Papa all’ultimo dei fedeli – è preoccupata e addolorata per la reale situazione della gente che inizia a dare segni di cedimento psicologico, e per le fede dei credenti che ha necessità di nutrirsi dei Sacramenti della salvezza. E crede, appunto, rispettando tutte le cautele stabilite dall’autorità civile, che nel momento in cui si prevede una parziale ripresa di importanti attività sia possibile far riprendere, lentamente, prudentemente, pazientemente anche la vita sacramentale delle nostre comunità ecclesiali. Tenendo saggiamente conto di situazioni e circostanze diverse. Passo dopo passo. Tutto per il bene del nostro popolo. Un bene che tiene conto del virus assassino e delle tante esigenze dell’essere umano. Non dimenticando – o, addirittura, svalutando – il bisogno, per noi cattolici, della partecipazione alla santa Messa.

Padre Maurizio Patriciello