Persone onestissime, hanno, però, sempre lavorato in nero; sfruttate e maltrattate. Lo sapevano tutti, società civile, mondo dell’ imprenditoria e della politica, ma tutti fingevano di non saperlo. Si “arrangiavano” da sole, si accontentavano di poco. Ristrette negli orribili quartieri popolari, dove, da sempre, la camorra trova il terreno fertile per le proprie roccaforti, non davano fastidio, discrete e silenziose, sembrava che vivessero di aria. Unico appiglio sul quale poter contare: la chiesa. Abituati a inchinarsi, a parlare con voce sommessa, a chiedere per favore ciò che spettava loro per diritto, a mostrarsi sempre grati e riconoscenti. Le loro giornate lavorative non avevano orari, venivano programmate secondo le commesse.

Quando si lavorava fino a tarda sera, non succedeva niente, quando il lavoro scarseggiava, si guadagnava di meno, fino a essere licenziati, senza preavviso, in caso di necessità. Sempre precarie, sempre sul filo del rasoio, abituate a vivere alla giornata. Ma si viveva. La tavola, magari senza carne e senza frutta, ogni sera, veniva comunque apparecchiata. Negli anni passati, quando migliaia di volontari misero in evidenza che la lotta alla “terra dei fuochi” non sarebbe stata vinta senza prendere di petto il dramma del lavoro in nero, si sentirono dilaniate tra il diritto alla salute e la paura di perdere il lavoro. I loro datori ce l’avevano a morte con chi si era permesso di accendere i riflettori su uno scempio che pur essendo sotto gli occhi di tutti, riusciva a passare quasi inosservato. I roghi tossici, che abbiamo respirato per anni, infatti, erano solo l’ultimo atto della filiera del lavoro in nero. Poveri, si, ma dignitosi. Erano riusciti per anni a tenere fronte agli allettanti inviti dei rivenditori di morte, che si sono arricchiti col traffico di droga e con l’usura. Da questi, non poche volte, venivano derisi e beffeggiati quando, all’imbrunire, quasi di nascosto, uscivano dalla chiesa con i pacchi alimentari.

Adesso, come tutti, sono rinchiusi in casa ad aspettare che passi la bufera. I pochi spiccioli messi da parte sono già finiti; la fame, però, non è meno pericolosa del virus che ci tiene prigionieri. Assunta è una donna meravigliosa, come tanti, sembra vivere di niente, tutta dedita alla famiglia. Ha fatto salti mortali ma sempre è riuscita ad assicurare il pane ai propri cari, tra cui i piccoli figli che sua figlia le ha portato in casa dopo la separazione dal marito. Mi telefona piangendo: « Padre non abbiamo più niente in casa…». Conosco bene Assunta, so che non esagera, se dice che non hanno niente vuol dire che non hanno niente.

Il nostro Comune, Caivano, è stato sciolto da mesi per infiltrazioni camorristiche; gli assistenti sociali, ottime persone, non hanno fondi a disposizione. E lo spettro che spaventa i poveri fino a farli tremare è che i loro bambini, nel momento in cui non riescono ad accudirli, potrebbero essere affidati ad altri. Terribile. Dramma nel dramma. Ai poveri è rimasta la chiesa, la chiesa di Gesù, la chiesa di Francesco, la loro chiesa. Benedetta chiesa con le porte sempre aperte e il cuore sanguinante. Ad Assunta e alla sua famiglia, almeno per adesso, ci penserà la chiesa. Fino a quando non lo so. Nessuna burocrazia, nessun modulo da compilare, nessuna prova da portare. Il pastore conosce le sue pecore.

Ci sono giorni in cui le chiacchiere inutili diventano peccato, quando bisogna rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Come accade negli ospedali in questi giorni. Le famiglie che stentano a tirare avanti sono veramente tante. Occorre pensare a loro in questo tempo in cui sono più fragili. Diana e Ivan, giunsero dall’ Est, qualche anno fa. Rispettosi ed educati, anch’essi lavoravano alla giornata. L’altra sera li ho visti rovistare nella spazzatura. Pioveva, erano bagnati, stremati. Ho provato una profondissima vergogna. Il flagello che ci sta sferzando senza pietà, tra l’altro ha riportato in luce il problema del lavoro in nero; il lavoro dei poveri e degli sfruttati, degli emarginati e dei fragili. Un dramma nel dramma. Bisogna far presto e correre a dar loro una mano prima che la fame li costringa a fare guai.

Padre Maurizio Patriciello