Domenica 23 novembre 1980, un terribile terremoto sconvolge la Campania, la Lucania e si estende fino alla Puglia e alla Calabria. Una catasfrofe. Giovane infermiere, due giorni dopo sono già in Irpinia. Piove a dirotto, macerie e fango dappertutto. Freddo, dolore, incredulità, morte. La solidarietà umana fu stupenda; gli imbrogli, le ruberie, le furbizie, la camorra, verranno dopo e saranno, come sempre, deprimenti.

Quando l’uomo sa tirare fuori il meglio da se stesso, quando sa scorgere in chi implora aiuto non “l’inferno” da fuggire, ma il paradiso da conquistare, viene “promosso a uomo”.

Volli correre. Non farlo mi era vietato. Non dalla legge ma dalla mia coscienza. Fu lei a liberarmi dalla paura e a mettermi le ali ai piedi. Era rischioso? Certamente e lo sapevo. Ma la vita, in fondo, non è un continuo rischio? A chi sa mettere a repentaglio la propria per salvarne altre vanno appuntate le medaglie d’oro.

Non ero prete in quel lontano 1980; anzi, a dire il vero, nemmeno più cattolico. Quando i fratelli soffrono non si può rimanere affacciati alla finestra, quando implorano il tuo aiuto, non soccorrerli è atto criminale. Il male, la cattiveria, il cinismo, il disprezzo possono, purtroppo, anche suscitare reazioni simili. Non così accade davanti alle lacrime di una mamma, di una nonna, di un giovane che ti guardano con il terrore di non farcela. Penso che la solidarietà tra gli uomini sia la sola virtù capace di farci sentire membri di una sola, grande famiglia.

Dopo l’incontro con Gesù travestito da frate francescano, sono diventato prete, a servizio della Chiesa e del popolo di Dio. Un popolo che non si esaurisce entro i confini della mia parrocchia, ma che incontro ovunque, per strada, in treno, in aereo, sui social. Da prete sto vivendo questa orribile pandemia insieme a tutti gli italiani, cosciente che il “sì” pronunciato nel giorno della mia ordinazione deve essere ripetuto ogni giorno, anche davanti a un plotone di esecuzione.

Il primo desiderio alla notizia di ciò che stava accadendo al Nord – in Lombardia ho tantissimi cari amiche e amici – è stato quello di correre, andare, fare qualcosa. Rendermi utile, portare conforto, dare una mano, anche attingendo alla mia antica professione. Sia detto senza finta umiltà e senza ostentazione, non è la paura del martirio a tenere a casa me e tanti miei confratelli in questi giorni, ma l’obbedienza che dobbiamo in quanto italiani e preti alle legittime autorità civili – quando non ci chiedono cose che vanno contro la coscienza e la fede – e religiose. Obbendienza che in questi giorni non ci è stata chiesta per motivi ideologici o politici, ma per amore verso i fratelli. Oggi il bisogno di volare a fare agli altri ciò che vorrei fosse fatto a me, se l’invisibile nemico decidesse di attaccarmi, deve fare i conti con la peculiarità di questa catastrofe.

Oggi non serve l’eroe solitario, ma un lavoro di squadra ben organizzato, dove ognuno deve fare in pieno la sua parte, e solo quella. Per il bene di tutti. Oggi anche la superbia e la vanità, che si annidano dappertutto, devono lasciare spazio all’umiltà. Solo stando insieme, condividendo scienza, intuizioni, professioni, sostanze, esperienze, possiamo camminare fiduciosi verso la speranza. Il virus non bada alle frontiere; non conviene lasciarlo prosperare tra i poveri, i senzatetto, i profughi, gli immigrati, perché rimarrebbe una minaccia per tutti. Oggi cristiani e non cristiani possono riflettere insieme e meglio sul desiderio di Gesù: «Ut unum sint».

Fare la volontà di Dio vuol dire non arroccarsi caparbiamente sulle proprie convinzione, facendone magari un idolo, ma essere pronti a partire o a rimanere fermo, come Lui comanda. A spenderti, come tanti cari confratelli in servizio negli ospedali e nelle case di cura, al punto da non avere nemmeno il tempo di pregare il Vespro, o rimanere a casa a bussare al cuore del buon Dio per ore. So di certo che tanti giovani preti sarebbero pronti a partire per il fronte, se fosse loro richiesto. Il dramma è che non sappiamo dove sia situato il fronte dove si nasconde l’invisibile nemico.

L’Italia e il mondo sono diventati una sola trincea. Dopo aver pianto la scomparsa dei numerosi sacerdoti lombardi, stiamo piangendo la morte di don Alessandro, il primo prete campano a oltrepassare la soglia dell’eternità a causa del coronavirus. Aveva solo 45 anni, questo caro confratello. «Chi parla della croce deve essere pronto a salire sulla croce» scriveva padre Nazareno Fabbretti. È vero. Sulla croce, in attesa della risurrezione, mai come adesso, i preti italiani condividono in tutto la sorte del popolo affidato alle loro cure. Soprattutto quando per loro celebrano la Messa in una chiesa con i banchi vuoti. Una tristezza e un dolore immenso, mitigato solo dalla certezza di compiere la volontà di Dio.

Padre Maurizio Patriciello