«Quale futuro? Devi attendere pazientemente, nella preghiera e nella pace… Ti consiglio di non pensare troppo al fatto di essere felice o meno… Non abbiamo alcun diritto di rifugiarci in una felicità che gran parte del mondo non può condividere ». Chi è l’autore di questa lettera e a chi è indirizzata lo diremo dopo. Per adesso vogliamo farne tesoro noi. Sono giorni, questi, in cui il futuro ci appare nebuloso, incerto; giorni in cui ci sentiamo confusi, spaesati.

Eppure, chi ha confidenza col Vangelo sa che, a riguardo, Gesù, non ci ha mai ingannati, anche quando ci veniva difficile aderire ai suoi inviti, alle sue richieste, ai suoi comandi. Tutto è nelle mani del buon Dio. Mani affidabili più delle nostre, mani amorevoli oltre ogni dire. Mani nodose e tenere. «Solo in Dio riposa l’anima mia».

Un futuro, però, da attendere «pazientemente». Non sempre la virtù della pazienza ha goduto buona fama, soprattutto nel nostro tempo. Da quando poi il mondo ci è arrivato in casa e perfino in tasca, tanti si son convinti di poterne fare del tutto a meno e le hanno dato il benservito. Oggi, isolati, per dovere e per amore, la andiamo riscoprendo.

E ci accorgiamo che ci rende un ottimo servizio, ci mette in contatto con quella parte di noi che non grida, non appare, non recrimina. Ci fa scendere negli anfratti del nostro essere più profondo, là dove più veri siamo, la menzogna tace e il mistero è grande. Ci fa riscoprire l’importanza della sua più grande amica, la prudenza, anch’essa troppo spesso bistrattata. La pazienza cristiana, però, non è mera rassegnazione. Il padre spirituale che stiamo prendendo in considerazione ricorda al suo figliolo che deve sapere attendere, sì, ma «nella preghiera e nella pace».

La fede si nutre di preghiera; non a caso Gesù ci ha consigliato di pregare sempre. Generazioni di cristiani, monaci, consacrati, santi hanno pregato tanto che a noi, non poche volte, sono sembrati esagerati. Pregare, sì, ma quando ne ho voglia, quando ne sento il bisogno, quando il tempio, l’arte, la musica riescono a emozionarmi. Il tempo – pensavamo – è poco e deve essere usato al meglio. Sicché tra le tante incombenze quotidiane, giunti a sera, a rimetterci erano sempre la preghiera, la meditazione, la riflessione. Pregare seriamente costa fatica? Certo. Tutto ciò che vale costa. I risultati però non tardano ad arrivare. Questione di amore. Chi ama sente il bisogno di rimanere con la persona amata.

«Rimanete nel mio amore » ci chiede Gesù. In queste ore difficili e dolorose stiamo riscoprendo la gioia del rimanere insieme. Come purtroppo non poche volte accade, ci accorgiamo di quanto fossimo ricchi soltanto dopo essere caduti in povertà. Peccato. Molte volte siamo stati ingrati verso l’aria, la terra, l’acqua, il pane, gli amici. Era così normale che ci fossero. Ma cosa vuol dire “normale”? Niente è normale.

Tutto è straordinario. È tanto bello, giusto, umano invocare i miracoli. Gesù stesso ci ha invitato a farlo. Ci ha detto di bussare, chiedere, cercare senza stancarci mai. Vogliamo insistere, insistiamo, lo faremo ancora, certi che il suo cuore non saprà reggere al nostro pianto. Per amore di verità, occorre aggiungere, però, che dai miracoli siamo inondati. Sempre. Ogni respiro, ogni battito di cuore, pensiero, paura, speranza è un miracolo. Ci siamo, avremmo potuto non esserci, ma ci siamo. E, al di là di ogni apparenza, continueremo a esserci anche dopo. L’immenso miracolo della nostra vita che scaturisce dalla Sua vita. «Non abbiamo alcun diritto di rifugiarci in una felicità che gran parte del mondo non può condividere » continua il nostro autore.

O si è felici insieme o nessuno lo sarà mai davvero. In particolare non si illudano di esserlo gli amici di Gesù. Occorre imparare a spezzarla, sbriciolarla, la felicità; condividerla, donarla, respirarla insieme ai più poveri, anche e soprattutto quella che ci viene dalla fede. Una fede che ti spinge a cercare gli altri per portarli all’unica Sorgente che disseta. Una fede che si bea di restare al sicuro nel tempio di Dio mentre i fratelli soffrono, hanno paura, muoiono, inquieta non poco. Una fede che non sa spalancare le porte alla carità e alla speranza in breve tempo implode, inaridisce, muore. Facciamo tesoro, in questi giorni, di queste parole scritte da Thomas Merton a Ernesto Cardenal nell’agosto 1959. 

Padre Maurizio Patriciello