Sono passati sette anni da quando nel cielo di Roma si levò l’elicottero con a bordo papa Benedetto. Per qualche attimo gironzolò attorno alla cupola di san Pietro come un’ ape attorno a una magnolia. Come un bimbo che non vuole allontanarsi dalla mamma. Tanti, inchiodati allo schermo, avevamo le lacrime agli occhi. Ci sentimmo disorientati. Sapevamo però che è il Signore a condurre la sua Chiesa, e, fiduciosi, attendemmo il nuovo papa. Quando il comignolo cominciò a sbuffare fumo bianco, il mondo sembrò fermarsi. La notizia si sparse in un baleno. Avevamo il Papa. Era finito il tempo delle doglie. Il Signore aveva visitato il suo popolo. Ancora una volta aveva mantenuto la promessa. Poi si affacciò lui, l’uomo vestito di bianco. Bastò guardarlo e ci accorgemmo che già ci aveva rapito il cuore. Volle chiamarsi Francesco, come il santo amato da credenti e non credenti. Proprio come lui, il poverello d’Assisi, innamorato di Gesù e del Creato. “

Buonasera” ci disse e capimmo che una nuova era stava per iniziare. Dopo le lacrime tornava il tempo della gioia. E dell’impegno. Francesco ci abituò fin da subito alle sorprese. Sulle sue labbra il Magistero della Chiesa, le antiche verità da sempre credute e praticate, cominciarono a parlare una lingua nuova. Francesco non si è inventato niente, ha preso il vangelo e gli ha ridato vita. E ci ha insegnato a fare altrettanto. Con l’esempio, però, non con le parole. “ Andate nelle periferie” ci disse, “ Sentite il profumo delle vostre pecore”. Cioè fatevi prossimo, piangete con chi piange. E poi: “ Chi sono io per giudicare?” Come a dire: “ La dottrina è per l’uomo. Per promuoverlo a essere più uomo. Perché l’uomo comprende bene solo il linguaggio dell’amore”. Studiamoci di farci amare per aprire al Vangelo nuovi orizzonti.

Padre Maurizio Patriciello