Navigare, solcare i mari, arrivare in terre lontane e inesplorate. Chi di noi non ha sognato, almeno una volta nella vita, di essere, a bordo di una barca a vela? Lontano da tutto e da tutti? Solo, attorniato dal silenzio e dalle onde? La vela dice vento, dice libertà. Eppure a Napoli “Le vele” sono diventate sinonimo di profondo degrado. Per “vele” infatti si intendono gli enormi palazzi di edilizia popolare, con centinaia di appartamenti, nel quartiere che va sotto il nome di “Scampia”. Ieri mattina è iniziato l’abbattimento del quarto agglomerato, la cosiddetta “vela verde”. Nel giro di qualche mese, del vecchio palazzo non rimarrà “pietra su pietra”.

Non è passato ancora mezzo secolo dalla costruzione di questi mastodonti, e si è giunti alla conclusione – dopo anni di polemiche, rinvii, azioni politiche non sempre limpide – di doverli abbattere. Si costruisce e si demolisce. Con grande sperpero di denaro pubblico. È un male? Un bene? Dipende da quale punto di vista si assume.

Sarebbe il caso di dire, una volta per sempre, ad alta voce, che questi progetti portavano fin dalla loro nascita un verme che ha provveduto nel tempo a divorarli del tutto. Questi palazzoni anonimi, che di bello non hanno niente se non le famiglie che sono state costrette ad abitarli, non avrebbero mai dovuto nascere. Ammassare in un solo luogo centinaia di famiglie per poi abbandonarle a se stesse, lontane dal centro storico, dalle bellezze della città antica, non è stata per niente un’idea geniale. E il tempo ha dato ragione a chi, da sempre, sosteneva che il progetto era fallimentare.


L’abbattimento della “vela verde”, però, ha suscitato nella gente di Scampia, nonostante tutto, una legittima reazione di protesta. «Scampia non è Gomorra!», hanno gridato ai giornalisti e alle telecamere accorsi per riprendere l’inizio della storica demolizione. Questa buona gente ha ragione da vendere. Scampia è un quartiere periferico, problematico e povero, sì, ma di certo non è la Gomorra di cui parla Roberto Saviano nel suo libro e racconta la serie tv che porta lo stesso titolo.

Non è solo quello. Non è soprattutto quello. “Gomorra”, girato per lo più a Scampia, mostra invece le famigerate vele come i covi dove la camorra gestisce i suoi sporchi affari, indisturbata. Scampia, quindi, uguale camorra? Scampia uguale Gomorra? Tanti abitanti non ci stanno. Ogni giorno, infatti, centinaia di famiglie, le parrocchie sul territorio, le scuole, decine di associazioni di volontari si danno da fare per supplire alle deficienze di uno Stato che non sempre è presente. «Ci fotografano come le scimmie», si è lamentato un abitante del luogo, riferendosi ai turisti che dopo aver visto la fiction si fanno portare nei luoghi dove i famosi Savastano, famiglia a capo dell’omonimo clan, vengono rappresentati come persone potenti, ricche, immortali, che la fanno in barba finanche alle forze dell’ordine e alla magistratura.

Ci si è chiesti per anni se questo tipo di prodotto cinematografico potesse essere un deterrente per la camorra napoletana o piuttosto un incentivo per i tanti adolescenti che prendono a modello lo stile di vita dei clan. Siamo convinti che la realtà di Scampia vada raccontata senza negare niente dei problemi che pesano sul quartiere, a patto che non sia né distorta né romanzata. Il pericolo dell’emulazione da parte di tanti giovani che finiscono per vedere nel clan egemone l’unica possibilità di rivalsa nella vita non è per niente peregrino.

Ma Scampia non è Gomorra. Lo ripetiamo con chi a Scampia ci vive. Questa etichetta, ormai tanto facile quanto dolorosa, è stata appiccicata sulla pelle degli abitanti del quartiere e si sta rivelando molto difficile da rimuovere, così stretta e soffocante da poter persino negare la speranza di una rinascita. Non è così, non può e non deve essere così. Che insieme ai calcinacci della “vela verde” vengano abbattuti finalmente anche i preconcetti sul quartiere popolare e vivo di Scampia.

Padre Maurizio Patriciello