Ho passato notti insonni dopo aver letto “ La notte” di Elie Wiesel e “Il fumo di Birkenau” di Liana Millu. Ho sofferto mentre scorrevo le pagine del libro “ Se questo è un uomo” di Primo Levi. Ho fatto di tutto per averla in parrocchia, quando sono venuto a conoscenza della sua storia, gentilissima signora Liliana Segre. Lei non può ricordare ma ci sentimmo a telefono, la pregai di venire a raccontarci la sua spaventosa esperienza nei campi di sterminio. Non fu possibile, mi rispose che, per motivi di età, si spostava poco. La vita invece, come sempre accade con i grandi, aveva in riserbo per lei ancora tante sorprese. Ho gioito quando l’Italia, attraverso il nostro Presidente della repubblica, l’ha nominata senatrice a vita. Finalmente! L’ Olocausto peserà per sempre sulla storia dell’ umanità. Come fu possibile? Eppure accadde. Dove stavano gli onesti mentre i treni diretti ad Auschwitz – Birkenau sostavano nelle nostre stazioni ferroviarie? Mai più. Mai più. Invece, con orrore, ci accorgiamo che accade ancora. In forma diversa, certamente. Accade ancora che migliaia di nostri fratelli in cerca di pane e libertà, vengono trattati come merce da individui senza scrupoli e senza un briciolo di umanità. Accade ancora che tanti esseri umani vengono respinti e maltrattati alle frontiere. Scappano dal fuoco che li brucia e trovano il mare che li ingoia. Accade sotto i nostri occhi oggi, come accadeva ieri. Ammassati in vecchi camion senza luce e senza aria muoiono tra sofferenze atroci. Come morivano ieri. Com’ è possibile? E noi gente semplice che cosa possiamo fare? Indignarci non basta, anche se è necessario. Guai a noi se smettessimo di farlo. Guai a noi se dovessimo assuefarci a queste tragedie immani. Chi ha avuto di più ha l’ obbligo di dare di più. Su certe pagine dei libri di storia versammo lacrime di dolore e di vergogna e promettemmo che non sarebbe accaduto più. Abbiamo raggiunto un livello decente di conoscenza, di cultura, di umanità. Abbiamo compreso che tutti gli uomini sono uguali. Che esiste una sola razza: quella umana. Che la schiavitù è uno scandalo insopportabile; che ogni uomo è sempre un fine e mai un mezzo. Finalmente ci siamo resi conto che anche gli animali hanno i loro diritti. Per chi, come me, crede che Gesù è il figlio di Dio, amare il prossimo non è un atto di eroismo ma un dovere. Gesù ci ha detto che riterrà fatto a lui quello che facciamo al prossimo. E quanto più il prossimo è debole e indifeso tanto più da lui è amato e onorato. Il nostro mare è diventato un immenso cimitero. Stipati su imbarcazioni illegali e pericolose, come tantissimi loro antenati ridotti in schiavitù, migliaia di esseri umani mettono a rischio la loro vita. Il richiamo della libertà è troppo forte. Il desiderio di vivere da uomini li ha soggiogati. Hanno diritto alla loro dignità, e noi abbiamo il dovere di aiutarli a conquistarla. S’ imbarcano. Rischiano. Pagano. Attraversano il mare senza sapere se giungeranno a terra. Violentati. Picchiati. Annegati. Tanti trovano la morte mentre stanno scappando alla ricerca della vita. Accade sotto i nostri occhi come avvenne sotto gli occhi dei nostri nonni. Oggi. Dopo che ci ubriacammo di gioia e di speranze alla caduta del muro di Berlino. Dopo che la fine della guerra fredda – meglio dire gelida – ci fece sognare tempi migliori. Da sempre i popoli emigrano verso terre promettenti e fertili. Da sempre l’uomo cerca per se stesso e i propri cari un posto tranquillo dove piantare la sua tenda. La storia dell’ umanità è un perenne peregrinare. I motivi, però, sono diversi. Se si va alla ricerca delle colpe, saranno pochi quelli che potranno essere assolti dal tribunale della vita. I nodi vengono sempre al pettine, è vero, ma a volte ci impiegano anni, decenni, secoli. Non conviene mai cedere alla tentazione del credersi migliori degli altri, nè a quella di fare ricorso alla violenza. “ Con la guerra tutto è perduto” ebbe a dire il Papa del Primo conflitto mondiale, con la pace, invece, è tutto guadagnato. Anche quando si dovesse rinunciare a qualcosa e mettere a tacere l’ orgoglio e la superbia. Conviene sempre. Per le piccole guerre familiari e fra vicini, per quelle interne al nostro Paese, per i grandi conflitti mondiali. Oggi viene chiesto a tutti gli uomini di buona volontà di allargare l’ intelligenza, le frontiere, il cuore e mettere fine a tanta disumana carneficina … Perdoni, signora Segre, mi sono perduto tra la storia di ieri e la cronaca dei nostri giorni. Non intendo far paragoni con la Shoah, solo inorridire di fronte a ogni disumana cattiveria. Quando l’uomo si fa lupo di suo fratello, e, senza pietà, lo insegue, lo azzanna, lo fagocita, non le nascondo che provo una profondissima vergogna. La stessa vergogna che mi ha invaso nel momento in cui ho varcato la soglia di quel luogo tristemente famoso che lei ha dovuto conoscere e subire: Auschwitz-Birkenau. Ho seguito la guida con attenzione, ma senza mai fare una domanda. Ho visto le forche e le baracche; i binari di quei treni assurdi e il filo spinato. Camminavo come un automa, chiuso nel mio silenzio, la mente era altrove. A Birkenau, davanti al famoso vagone fermo, di colore rosso, che richiama alla memoria i viaggi spaventosi, interminabili, orribili di milioni di persone, soprattutto ebrei, mi sono imbattuto in un gruppo di ragazzi e giovani ebrei. Non so da quale nazione provenissero, non gliel’ ho chiesto, non ce n’ era bisogno. Ungheresi? Polacchi? Italiani? È la stessa cosa. Fratelli. Erano i discendenti di chi in quel vagone, o in altri simili, aveva sofferto, pregato, sperato, mentre veniva deportato. Si sono fermati, silenziosi, commossi, ognuno con le braccia allargate sulle spalle del vicino, quasi a farsi forza, e hanno iniziato a cantare. Non era una canzone, ma una nenia struggente, un lamento, una cantilena triste, una sorte di pianto ripetuto tante volte, un tgemito che ti feriva il cuore. Forse era promessa. Non lo so, non potevo capire le parole. Ma ho capito perfettamente quello che passava negli animi di questi giovani. I loro nonni in quel luogo hanno vissuto le loro ultime giornate, hanno consumanto le loro ultime speranze. La loro fede fu messa a dura prova davanti a tanta ignava, inutile, disumana cattiveria. Finanche la loro stessa vita dovettero mettere in dubbio. «Dio, dove sei?» hanno gridato, sussurrato, inveito nei giorni che precedettero la morte. « Gli occhi che hanno visto Auschwitz non potranno mai più contemplare Dio» ha detto uno scrittore. Dio, dunque, è morto. E con Dio moriva la pietà, la solidarietà, la giustizia. Ecco allora prevalere la legge della giungla. Vince il più forte. Per arrivare dove? Da nessuna parte. Per portarsi a casa quale medaglia? Non si sa. “ La banalità del male” aveva preso il sopravvento? La stoltezza dell’uomo non si sazia mai. E loro, i giovani ebrei di inizio terzo millennio, erano ritornati. Per vedere, inorridire, piangere, pregare. Per promettere a se stessi e agli altri, che mai più avrebbero permesso un tale, disumano, scempio. Avrei voluto abracciarli. Mi sono limitato ad abbassare il capo e chiedere perdono. Signora Segre, grazie. Le sono vicino. Per quanto posso, cerco di tenere a bada il male dentro di me e negli altri. E’ un animale feroce al quale non si può dare nemmeno un briciolo di confidenza. Quando meno te lo aspetti, eccolo rialzare la testa, prendere la rincorsa, e aggredire, azzannare, uccidere. Non lo permetteremo. A costo della nostra vita, non lo permetteremo. Le stringo la mano. Se me lo consente, vorrei abbracciarla. E in lei stringo forte a me tutti i “ fratelli maggiori” di ieri e di oggi. Padre Maurizio Patriciello.