Attilio Romanò, un nome che la maggior parte degli italiani, oggi, fa fatica a ricordare. Non aveva ancora 30 anni, questo giovane poeta, onesto, lavoratore, quando fu massacrato nel negozio in cui lavorava a Napoli. Attilio è una delle tante vittime innocenti della camorra in terra campana. Il mandante del sicario che lo uccise, Marco Di Lauro, arrestato nel marzo scorso, è stato condannato in questi giorni, anche in appello, all’ergastolo. Due vite, quella di Attilio e quella di Marco intrecciate in un solo tragico destino, pur senza essersi mai frequentati. Il primo, un normale giovane, martire di un territorio dove la camorra si sente in diritto di spadroneggiare come meglio crede; il secondo, è fuorilegge, una persona affetta da un delirio di onnipotenza, oggi rinchiuso in un carcere di massima sicurezza in Sardegna. Le storie di Romanò e di Di Lauro ci riguardano; tutti, infatti, possiamo trovarci, indifesi e sgomenti, nelle condizioni della povera vittima; tutti possiamo dire addio alla vita perché un sicario maldestro e cocainomane sbaglia bersaglio. Marco è nato nel 1980; suo padre, Paolo, detto Ciruzzo ‘O Milionario, boss di lunga data, ha avuto dieci figli, ai quali, fin dal seno materno, ha inoculato la via comoda, tragica e velenosa della camorra. Marco è stato tanto scaltro da diventare il numero due nella scala dei mafiosi più pericolosi e ricercati d’ Italia, dopo Matteo Messina Denaro. Latitante per 14 anni, usciva dal nascondiglio solo nelle prime ore del mattino e per pochi minuti. Prudenza, scaltrezza, attenzione, diffidenza. Tutto nella sua vita ha sacrificato alla sete del possesso e di potere. Tutto, anche l’amore, vissuto in modo clandestino. I latitanti innamorati, si sa, sono molto vulnerabili. Ma anche degli adepti non poteva fidarsi appieno, una loro mossa falsa avrebbe portato gli inquirenti sulla traccia giusta. E, infatti, così fu. Marco fu arrestato grazie all’ intercettazione di una telefonata di un suo seguace che lo informava di aver ucciso la propria donna. Ergastolo è parola che spaventa. Soprattutto se si è giovani. La nostra vita tanto bella e tanto breve merita di essere respirata a pieni polmoni. Essere privati della libertà di accompagnare i figli a scuola, correre dalla mamma ammalata, passeggiare per via San Gregorio Armeno nei giorni di Natale, è semplicemente inimmaginabile. Avessimo un’altra vita di riserva, si potrebbe anche tentare di capire certe scelte scellerate, ma la vita è una, la rivincita non ci sarà data. Marco, dunque, è al sicuro, dietro le sbarre e noi tiriamo un respiro di sollievo. Ma chi ce lo ha scaraventato? Lui e i suoi fratelli non lo ammetteranno mai, ma in quella gelida voragine ce lo ha trascinato il padre. Eppure, Paolo sarebbe disposto a dare la vita per i figli. E io ci credo. Questo è il dramma, questa è la trappola, questa è la grande menzogna. I mafiosi, i camorristi, gli ‘ndranghetisti devono convincersi che chi ama veramente non prepara ai figli la strada per il 41 bis o per il camposanto. Perché, lo sanno bene, prima o poi, per loro questa è la meta obbligata. Paolo di Lauro, classe 1953, deve trovare il coraggio, se davvero vuole essere, come crede, un uomo di onore, di dire ai figli:« Vi chiedo perdono. Sono responsabile delle vostre lacrime, di tanto sangue versato, di tanto dolore… Nella mia vita ho sbagliato tutto… Se mi volete bene, se vi volete bene, ricominciate a vivere… pentitevi…». E accompagni le parole con l’esempio. Quel giorno inizierà ad assaporare che cosa voglia dire essere uomo. E se indietro non si può tornare, guardare avanti è necessario, obbligatorio. Dai suoi dieci figli sono nati e nasceranno tanti nipoti. Bambini ai quali auguriamo tutto il bene possibile. Fatelo per loro. Liberate questi innocenti dalle catene maledette nelle quali vi siete da soli imprigionati. Invitateli a guardare in alto. Innamorateli del bene. Alla memoria di Attilio ci inchiniamo tutti. Alla sua cara mamma inviamo il nostro più caloroso abbraccio.

Padre Maurizio Patriciello.