Nella commovente testimonianza di don Maurizio Patriciello sulla preghiera mariana all’origine della sua vocazione sacerdotale l’importanza della narrazione per avvicinare a una devozione antica

Il Rosario è una devozione «fuori moda»? Chi lo pratica, sgranando la corona in tasca in ogni momento buono della giornata, ovviamente è convinto del contrario. Ma se si pensa di proporlo a chi non ha dimestichezza con le Ave Marie (non con tante tutte insieme, almeno) la musica cambia: difficile far capire la bellezza e il valore di una pratica di pietà cristiana tanto antica e importante per la fede personale e comunitaria. Che sia un problema di comunicazione? Forse occorrono modi nuovi per far intendere un linguaggio dell’anima che sa parlare anche al cuore dei nostri contemporanei. Un buon esempio in questo senso è la testimonianza personalissima che don Maurizio Patriciello ha scritto come introduzione al libro di don Giovanni Battista Gandolfo e Luisa Vassallo “20 misteri per dire ti amo” (edito da Ancora), una meditazione sul Rosario tra “figure, risonanze, preghiere, teatro” con i disegni originali di Delly Potente. Eccone i passi principali.

«Ave Maria gratia plena, Dominus tecum…». Nei pochi ricordi che mi accompagnano da sempre, la mamma mi appare così, in piedi, mentre prega con le mani giunte, in camera da letto, davanti al comò più alto sul quale troneggiava l’immagine della Madonna del Rosario di Pompei. Una cantilena dolce, struggente, una nenia appena sussurrata. La rivedo poi mentre viene a rimboccarci le coperte e ad accertarsi se i figlioli hanno detto le preghiere: «E voi, ragazzi? Avete recitato la preghiera alla Madonna?».

Se ne andò all’improvviso, la mamma, in un afoso pomeriggio di giugno. Non ebbe il tempo nemmeno di dirci addio. Rimanemmo soli, giovanissimi, poco più che bambini. Gli anni che seguirono mi videro alla ricerca sincera del senso della vita. Iniziai a frequentare una piccola comunità di fratelli evangelici. A loro, a questi angeli che trovai sul mio cammino, devo tanto. (…)
Col tempo la mia riflessione teologica si andava intensificando. Con la Bibbia avevo acquisito grande confidenza, una confidenza, però, da autodidatta. Sentivo il bisogno di approfondire.

Lo scritto di Patriciello è l’introduzione – che qui proponiamo quasi integralmente – a una originale novità editoriale che si rivolge alla nostra anima: «Come bambini, procediamo 'lallando' su strade impolverate, in piazze asfaltate, verso case amiche e in giardini in fiore; viaggiamo verso orizzonti più grandi di noi, di cui quasi nulla sappiamo. Come bimbi felici, non siamo orfani: abbiamo una Mamma attenta e paziente maestra, pronta a insegnare il Verbo. Il suo nome è Maria». È la penna di un prete non più giovane ma con l’anima di un bimbo quella di don Giovanni Battista Gandolfo, sacerdote della diocesi di Albenga-Imperia, noto anche come storico assistente spirituale degli artisti cattolici nell’Ucai. In «20 misteri per dire ti amo» (Ancora, 96 pagine, 15 euro) medita gli episodi evangelici che accompagnano ogni decina ricorrendo alla letteratura, alla poesia e all’arte, grazie alla collaborazione di Luisa Vassallo e alle opere originali di Delly Potente. Il Rosario è come un contenitore: della nostra vita, della vita di Gesù, della presenza di Maria in entrambe, delle intenzioni che portiamo nel cuore, e si presta per essere arricchita con «figure, risonanze, preghiere, teatro». Per ritrovare la corona, e non lasciarla più

Lo scritto di Patriciello è l’introduzione – che qui proponiamo quasi integralmente – a una originale novità editoriale che si rivolge alla nostra anima: «Come bambini, procediamo “lallando” su strade impolverate, in piazze asfaltate, verso case amiche e in giardini in fiore; viaggiamo verso orizzonti più grandi di noi, di cui quasi nulla sappiamo. Come bimbi felici, non siamo orfani: abbiamo una Mamma attenta e paziente maestra, pronta a insegnare il Verbo. Il suo nome è Maria». È la penna di un prete non più giovane ma con l’anima di un bimbo quella di don Giovanni Battista Gandolfo, sacerdote della diocesi di Albenga-Imperia, noto anche come storico assistente spirituale degli artisti cattolici nell’Ucai. In «20 misteri per dire ti amo» (Ancora, 96 pagine, 15 euro) medita gli episodi evangelici che accompagnano ogni decina ricorrendo alla letteratura, alla poesia e all’arte, grazie alla collaborazione di Luisa Vassallo e alle opere originali di Delly Potente. Il Rosario è come un contenitore: della nostra vita, della vita di Gesù, della presenza di Maria in entrambe, delle intenzioni che portiamo nel cuore, e si presta per essere arricchita con «figure, risonanze, preghiere, teatro». Per ritrovare la corona, e non lasciarla più

Tra le poche cose che non mi erano chiare, c’era il timore di questi cari amici e fratelli che la preghiera rivolta a Maria potesse, in qualche modo, offuscare la figura di Gesù. Ogni volta che se ne discuteva a me ritornava in mente la mia mamma con la corona in mano e il volto luminoso. La rivedevo, stanca, dopo una giornata di dedizione al marito e ai cinque figli maschi, riposare, finalmente, ai suoi piedi. Risentivo la sua voce salmeggiare le parole tanto antiche e tanto semplici. Senza timori, senza imbarazzi, senza il minimo dubbio che la sua preghiera fosse gradita a Dio ed esaudita. (…) Ho sempre avuto un grande rispetto per i fratelli cristiani non cattolici, ho sempre compreso la “gelosia” che nutrono per la divinità del Figlio di Dio, la responsabilità che avvertono nel rimanere fedeli alla Parola. Ma dentro di me sentivo, così, per intuito, che aveva ragione la mia mamma.

Un giorno sul mio cammino apparve un frate. Scalzo, la tonsura che gli incorniciava il capo, l’abito cencioso e tutto rappezzato, il dito pollice in alto, in orizzontale, a chiedere la carità di un passaggio in macchina. Dall’aspetto strano e trasandato pensai che fosse un seguace di qualche setta orientale. Una cosa, però, attrasse la mia attenzione. Dal suo fianco pendeva un oggetto che mi ricordava tanto quello usato dalla mamma quando pregava. Era la corona del Rosario. Quindi, quel giovane barbuto doveva essere un cristiano cattolico. Un frate? Un uomo che aveva donato a Gesù la sua vita? Mi fermai. Saltò in auto. Entrammo subito in confidenza. «Chi sei?», gli chiesi, sorridendo. «Mi chiamo fra Riccardo, sono un frate francescano». Giunto a destinazione scese. Lo seguii con lo sguardo mentre si allontanava saltellando, come andando a una festa. Nei giorni seguenti andai a cercarlo. Diventammo amici. Nel giardino del suo “convento” si respirava la pace a pieni polmoni, i confini geografici e ideologici sbiadivano. (…)

Viveva, Riccardo, con la sua comunità in alcuni vecchi vagoni ferroviari alle porte di Napoli. Povertà assoluta. Autenticità evangelica. Gioia vera. Fiducia nella Provvidenza. Francesco redivivo? Il ritorno alla Chiesa cattolica e il desiderio di appartenere completamente al Signore furono tutt’uno.

In estate andai in pellegrinaggio a Lourdes. Lourdes. La grotta. Le piscine. La presenza viva di Maria. Ai suoi piedi rimanevo per ore. La fissavo, la contemplavo, me ne innamoravo mentre farfugliavo mille volte le parole che sconvolsero la storia. «Ave Maria, piena di grazia…». Le chiedevo luce, avevo paura di fare un passo falso. Sacerdote! Possibile? Lei sorrideva. A Lourdes compresi che la strada era proprio quella. (…) Un giorno da un rigattiere ambulante intravidi un quadro antico, sbiadito, malandato. Un’immagine della Madonna del Rosario di Pompei, identica a quella, andata perduta, della mia infanzia.

Mi precipitai a riscattarla. La portai a casa. Ritrovai il vecchio comò. Ricomposi l’altarino davanti al quale la mamma, con semplicità, infinita confidenza e mai dubitando della bontà, della comprensione, dell’amore della Madonna del Rosario, ogni sera le apriva il cuore e le chiedeva di accompagnare e benedire i suoi figli. E lei, Maria, da vera signora, ha mantenuto la parola data.

articolo di Avvenire