« La famiglia Curcelli? Sembravano tranquilli. Una famiglia normale». I vicini di casa, i colleghi di lavoro, gli amici di Ciro sono concordi nel descrivere la sua vita familiare. Eppure il cuore di quell’uomo era un cuore in guerra. In genere i problemi ce li portiamo dentro. Una sorta di falso pudore non ci fa aprire l’animo nemmeno con i parenti più stretti e gli e amici più cari. Sembra quasi che anche delle lacrime in questi ultimi tempi occorre vergognarsi. Facciamo di tutto per apparire forti, sicuri di sé, appagati, realizzati, senza problemi. E magari ci portiamo dentro drammi grandi quanto una montagna. Fino al punto da non poterne più, e cedere all’ultimo, immenso, disastroso inganno. Credere che l’unica soluzione sia farla finita, togliersi di mezzo. Fare tabula rasa. E cadere nella più insidiosa delle trappole, la più falsa, la più meschina, la più terrificante: trascinare nel folle e insano gesto anche le persone più care.
E così Ciro, in pochi minuti,ha cancellato tutto ciò che di più bello, con sacrifici, amore, tenacia, aveva costruito in questa vita. Ha ucciso la donna che portò all’Altare e le due figlie. Dopo il massacro, infine, si è suicidato. Eppure tutto sembrava tranquillo. A sentire oggi queste parole ci viene la pelle d’oca. Perché nella mente e nel cuore di Ciro non c’era la pace, ma l’inferno. Oggi non ci resta che piangere su questa tragedia e chiederci se non poteva essere evitata. Se solo sapessimo essere più solidali, se solo fossimo capaci di avere più fiducia negli altri, condividere con loro le nostre ansie, le nostre lotte interiori, i nostri dolori. Se solo trovassimo il coraggio di parlare con qualcuno dei fantasmi che ci terrorizzano. Ciro non era tranquillo, ma è riuscito a tenere per sè il segreto che lo annichiliva. Occorre creare catene di amore, di amicizia, di solidarietà. Gesù ci ha comandato di amare. Sempre, in ogni modo, in ogni tempo. Amare tutti, vicini e lontani, parenti e amici. Amare vuol dire caricarsi sulle spalle il peso che è diventato insopportabile per chi ti vive accanto. Permettergli di riposare un po’, dargli il tempo di riprendere le forze. Accompagnarlo per un tratto di strada, tenergli compagnia fino a che il buio della notte non ceda il posto ai chiarori del mattino. Amare vuol dire fare attenzione al tuo vicino di casa, a quel tuo parente rimasto solo, alla vecchietta che incontri in salumeria o all’uscita della chiesa. Pur senza essere invadente, cercare di captare il suo grido di aiuto. Un grido silenzioso, perché chi sta veramente male ha difficoltà anche a dirlo. Sei tu che devi accorgertene, interpretando i suoi gesti, le sue parole, i suoi sguardi, le sue paure. Pur senza essere invadenti, tutti dobbiamo osare di più. Prendendo l’iniziativa, salutando per primi, inventando qualcosa per stare insieme, invitando l’altro a fare una passeggiata, a partecipare a una catechesi, a un incontro di preghiera, a una Messa, a un’opera di volontariato. Sapendo che il miglior modo per ricevere è dare. Lo sguardo assente e malinconico di chi porta in cuore un dramma si fa sempre più cupo e freddo se viene lasciato solo; si perde nei meandri dei problemi che ai suoi occhi non hanno soluzioni. Una persona che non sa nuotare, quanto più si agita tra le onde, tanto più annega. Occorre che una mano che dall’esterno lo afferri e lo tiri su. Occorre che una voce sicura gli dica: « Aggrappati a me, stai tranquillo» E poi: « Adesso dormi, riposati, al tuo problema ci penso io». Gesù sulla croce ha assunto tutti i peccati, di tutti gli uomini, di tutti i tempi. A chi lo segue chiede di fare come ha fatto lui: caricarsi sulle spalle un parente, un amico, un conoscente, un collega di lavoro, un fratello di comunità che fa fatica ad andare avanti. Tenerlo per mano mentre arranca, infondergli fiducia quando sprofonda nello sconforto. E continuare a incoraggiarlo, a ripetergli di tenere duro perchè di certo “domani la Provvidenza sorgerà prima del sole”. Padre Maurizio Patriciello.