Una studentessa di 16 anni è morta, questa mattina intorno alle 9, in classe all’istituto superiore ‘Genovese-Da Vinci’ di Salerno. Sarebbe stato un malore a stroncare la vita della giovane che frequentava la classe terza della scuola salernitana. Era la prima ora di lezione quando la studentessa è stata chiamata alla lavagna per svolgere un esercizio. Lì ha accusato il malore ed è caduta per terra. Vani i tentativi di rianimarla.

Melissa è morta. All’improvviso, in classe, mentre veniva interrogata. Si è accasciata senza avere il tempo di chiedere aiuto. Angoscia profonda, senso di smarrimento e d’impotenza negli insegnanti e negli amici. La notizia, in un baleno, ha fatto il giro della città di Salerno. Melissa non ha subito nessuna violenza fisica, semplicemente la morte si è presentata senza avvertimento, senza invito, come se fosse suo diritto farlo; qualcosa di normale, banale, ordinario, quando nessuno, ma proprio nessuno, stava pensando a lei.

Imperterrita, prepotente, cinica, impietosa, ha spalancato la porta dell’aula e ha lasciato tutti esterefatti. A quali parole possono ricorrere gli amici e i parenti per tentare di lenire il dolore immenso che ha invaso il cuore dei genitori? Anche le più belle, anche quelle pronunciate con amore sincero, si rivelano piccole quanto un pugno di sabbia per un dolore profondo più di una voragine.

Troppe le domande in cerca di risposte vere. La morte, ultimo spauracchio, ultimo nemico. Una lotta impari, quella con la morte, dalla quale mai usciremo vincitori. Il nostro tempo ha fatto l’errore di escluderla dal consesso dei vivi. L’ha relegata in un recinto angusto, in un luogo dove è vietato entrare. Abbiamo creduto di aiutare i ragazzi a vivere meglio, segregandola nel limbo dei discorsi da non fare. Una sorta di pudore ci aggredisce quando occorre parlare della morte. Abbiamo fatto finta di credere che la scienza e la tecnica, ritardandone l’arrivo, potessero, in qualche modo, sopperire alle risposte non date.

E, invece, eccola arrivare, arcigna, beffarda, cinica, quando meno te l’aspetti. E strapparti dal cuore la persona più cara, quella senza la quale continuare a vivere diventa una insopportabile fatica. Quando si porta via un vecchio, può essere anche sopportata, compresa. Ma quando, come lunedì, ti strappa la figlia di sedici anni, no. È ingiusto morire a sedici anni. Per la verità è ingiusto morire anche a trenta o quarant’anni. Ingiusta, per dirla tutta, è la morte stessa. Di un bambino appena nato, nessuno sa prevedere niente. Sarà motivo di gioia o di tormento per la famiglia e la società? Mistero. Unica cosa certa è che anche quel bambino un giorno morirà. Dove, quando, in che modo, tutto è avvolto nell’oscurità.

Un’oscurità che è una grazia. Se solo sapessimo il giorno e l’ora in cui dovremo lasciare questo mondo perderemmo la gioia di vivere il tempo presente. Ritorna la domanda: nascere per morire, ne vale la pena? Se la morte fosse davvero la parola ultima dell’esistenza umana, nascere per dire addio alla vita a soli sedici anni, si rivelerebbe un assurdo.

Se, invece, come la fede cristiana insegna, è solo l’ultima, grande, trasformazione di quel puntino invisibile che dal grembo della mamma arrivò a essere una bellissima ragazza, allora tutto ha un senso. Un senso che, attenzione, nulla toglie all’umano dolore della separazione. Nulla toglie alle domande che dal mistero della morte scaturiscono. Le morti improvvise, per chi resta, sono quelle più difficili da gestire. Il trauma che si abbatte sui genitori alla morte di un figlio è troppo grande per poter essere riassorbito in poco tempo. La morte dei giovani e quella dei bambini sono un pugno nell’occhio, una picconata al cuore.

Lunedì mattina, Melissa si è svegliata e preparata per andare a scuola come tanti suoi coetanei. Nella sua mente ancora il sapore della bella serata passata con gli amici domenica. Niente avrebbe fatto prevedere che quel giorno sarebbe stato l’ultimo della sua breve vita. E adesso? Gesù, davanti alla salma di una fanciulla morta, esclama: «Non è morta, ma dorme». Dorme? Impossibile. E si misero a deriderlo. Non facciamo lo stesso errore.

Le stesse parole dice oggi a noi, ai genitori e agli amici di Melissa. Non è morta, ma dorme, in attesa della risurrezione. Lasciatela riposare, accompagnatela con la vostra preghiera, il terzo giorno risorgerà. La fede ci sfida. Ma sono queste le uniche parole in grado di consolare i cuori affranti dall’improvvisa morte di Melissa. Com’è bello credere che la morte non l’ha annientata ma trasportata in un mondo migliore. Un mondo che tutti ci attende quando la sabbia nella clessidra della vita volgerà al termine. Allora Dio sarà tutto in tutti.

Padre Maurizio Patriciello