Ministro vuol dire servo non padrone, né, tantomeno, dittatore. E il servo è colui che si fa attento alle disposizioni del suo signore per realizzarle al meglio.

Pensavo che non fosse il caso di ricordarlo, eppure, negli ultimi tempi, sembra che qualche ministro della nostra amata repubblica lo dimentica appena un minuto dopo essersi seduti sulla tanto ambita poltrona. Si diventa ministro, dunque, per servire il popolo che ti viene affidato, e se quel popolo è fatto dai più giovani, a chiunque dovrebbero tremare i polsi per la responsabilità che gli è cascata addosso. Problematiche giovanili, disoccupazione, alcolismo, stupefacenti, poveri, immigrati, conflitti generazionali, paura di un futuro senza futuro, le nuove schiavitù che mietono vittime sotto i nostri occhi, tutto questo, e tanto altro ancora, dovrebbe bastare a togliere il sonno a un ministro della pubblica Istruzione.

Senza badare alla situazione delle scuole nelle zone terremotate, nelle isole, nei borghi di montagna, nel nostro sempre troppo bistratto Sud; della sicurezza delle aule, dell’amianto presente ancora sui tetti di tanti vecchi edifici, dei giovani che vorrebbero ma non possono permettersi di continuare ad andare a scuola. Insomma, di cose da fare, di programmi da approntare, un ministro dell’Istruzione ne dovrebbe avere veramente tante. Ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta.

Da dove cominciare? In genere si comincia dalle priorità. A tutti i bambini vengono assicurate le stesse opportunità? Le mamme possono permettersi dappertutto di rimanere serene a casa o a lavorare, sapendo che i figli sono accuditi, tutelati, educati come si deve? E le spese? Possono accedere tutti, da Lampedusa a Tarvisio, da Panarea a Cortina d’Ampezzo, ai banchi scolastici, senza che nessuno venga discriminato? Di queste cose vorremmo sentire parlare un nuovo ministro dell’ Istruzione. E invece.

E invece, ecco, spuntare, come dal cappello del pifferaio, l’annosa questione del Crocifisso nelle aule, dibattuta non una, ma cento volte. Al novello ministro, a quanto pare, il Crocifisso nelle aule non piace, dunque, si toglie. Al vecchio ministro dell’Interno, invece, per motivi che non mi permetto di giudicare, piaceva mostrarsi con il rosario in mano e, dunque, lo faceva. E noi, cristiani cattolici italiani, che pure quel crocifisso preghiamo, incensiamo e veneriamo, sempre equidistanti dal primo e dal secondo.

Bene ha fatto il vescovo di Monreale, Monsignor Michele Pennisi, a individuare nelle parole del ministro Fioramonti, una spinta alle tesi di Matteo Salvini. Bene ha fatto, altresì Salvini a ribadire che in certe zone d’ Italia del togliere il crocifisso dalle aule non se ne parla proprio. Ci aspetta, dunque, un’ altra battaglia ideologica? E a favore di chi? Chi dovrebbe guadagnarci da questa ulteriore guerra a colpi di parole e di simboli sacri, di cui non si sente per niente il bisogno? Mi viene un dubbio. Per caso non si tratta, ancora una volta, di una sorta di distrazione di massa perché lo sguardo degli italiani venga fatto deviare altrove? E poi, dottor Fioramonte, al di là della fede di ognuno – si può vivere credendo o non credendo che in cielo ci sia un dio – , al di là, dicevo, della fede di ognuno, veramente può credere che le sia bastato diventare ministro quasi per incanto, in una coalizione di governo fino a ieri inaspettata, per affermare che i simboli nelle nostre scuole sono un’ “accozzaglia”? Le sue parole stanno dunque a dire che, per decenni, nelle nostre aule, le aule nelle quali si sono formate intere generazioni, comprese le nostre, abbiamo avuto a che fare con una “accozzaglia” di simboli senza che nessuno – e dico nessuno – se ne sia mai accorto e ci abbia messo mano? Abbiamo tanto peccato di omissioni da lasciare i nostri studenti in balia di simboli senza significato, una sorta di “mercato” nell’attesa che arrivasse, finalmente, un ministro che decidesse di mettere una “cartina del mondo” al posto del Crocifisso?

Eppure, per quanto ricordi le care, vecchie aule dove ho studiato e ho insegnato, a me sembra che di cartine geografiche e di pareti sulle quali esporle ce ne erano, eccome. Su, smettiamola una buona volta, e facciamo le cose serie. Il popolo sovrano ha eletto il Parlamento per risolvere i problemi nei quali affoga. Se il Crocifisso dovrà rimanere o essere un giorno tolto dalle aule non sarà certamente lei e nemmeno io a deciderlo. In un Paese che si proclama intelligente, democratico, moderno, civile, ci sarà la possibilità di chiedere ai diretti interessati. Questa storia che basti un ministro di un certo colore, di una certa ideologia, di una certa fede politica, che pensa di poter mettere mano su situazioni radicate, che riguardano la fede, la storia, la tradizione, la cultura, l’arte, la musica, la poesia, la letteratura, la vita di un popolo, credendo di poter fare come meglio gli aggradi, inizia ad annoiare. Soprattutto coloro che alla scuola, e quindi a lei in questo momento, chiedono risposte serie e concrete ai veri problemi che li attanagliano.

Mi ascolti, ministro, lasci stare la questione del Crocifisso, e imperni i suoi pensieri, la sua intelligenza, la sua politica sul lavoro che l’ aspetta nei prossimi mesi. Noi la aspettiamo proprio là.

Padre Maurizio Patriciello.