È stato lui, il Signore, a decidere di affidare agli uomini il fuoco sacro del vangelo e dei sacramenti. Non è la sola “follia” da lui commessa. L’altra, non meno importante, è la trasmissione e la cura della vita umana. Dobbiamo ammettere, allora, con sommo stupore, di essere veramente importanti. Siamo concreatori col Creatore. Dobbiamo allenarci a fare esercizi d’ intelligenza, di fede, di fantasia, di memoria, per immergerci in questo mistero dalle dimensioni immense. Dio ha voluto mettersi nelle nostre mani, ben sapendo il rischio che correva. Certo, perchè l’uomo che sono – e che sei – oggi, avrebbe potuto non essere stato accolto e finire in una fogna. Così come il Pane nel quale si nasconde il Cristo, anziché mangiato e adorato potrebbe anche essere calpestato e profanato. È una sfida, ma Dio di noi si fida e a noi si affida. Sta a noi, dunque, accogliere, custodire e moltiplicare i doni ricevuti, oppure trascurarli e lasciarli marcire. La figura del prete, oggi, fa discutere come non mai. La Chiesa, il mondo laico, finanche i non credenti si pongono domande su di lui, sul suo futuro, e questo è un bene. Purtroppo tanti nel cercare le riposte, sovente, confondono la sostanza con gli accidenti. Sposato o celibe, il prete? Il quesito non mi affascina per niente. Non è questione di vita o di morte, se ne può discutere serenamente. Non sempre il prete è stato celibe, può darsi che, come già nella Chiesa di rito orientale, un giorno il nostro parroco avrà una moglie, senza, per questo, aver manomesso minimamente il deposito della fede. Gli ordini religiosi sono stati e sono una ricchezza incommensurabile per la Chiesa e l’umanità, eppure, per 1200 anni, la Chiesa non ha conosciuto i francescani e per un millennio e mezzo ha fatto a meno dei gesuiti. Crediamo in un Dio che in quanto a fantasia non è secondo a nessuno. Nessuna paura dunque, si avanza, si procede, si punta all’essenziale. È importante per un prete portare l’abito? Credo che, in genere, sia utile che indossi “un” abito particolare, per dire a chi lo incrocia che non appartiene più a se stesso ma a un Altro, che di lui ti puoi fidare. Un abito che nel via vai delle grandi città come nella quiete dei piccoli villaggi, tenta di richiamare l’attenzione sul Dio di Gesù Cristo. Colore, fattura, misure, lasciano il tempo che trovano. Importante è che sia un segno capace di parlare all’uomo di oggi. Un richiamo a guardare oltre le mille incombenze della vita di ogni giorno. Non credo sia bene, però, farne un feticcio. Un segno, appunto. Discernimento è la parola indispensabile per non perdersi nei meandri della quotidianità. Discernimento che vuol dire attenzione, riflessione, studio, fatica. Al prete di oggi, come a quello di ieri, l’unica cosa veramente indispensabile è la santità, che non è sinonimo di impeccabilità o perfezione. Santità vuol dire certezza di appartenere a un Altro; gratitudine per tutto ciò che ti circonda; capacità di rendere grazie anche quando la vita arranca. Coraggio di non arrendersi mai. Santità è essere aperto alla fantasia di Dio, continuare a sperare quando sembra che sia inutile, credere che “chi salva una vita salva il mondo intero”. Santità è sapere di essere sempre servo e mai padrone. Santità è non saper fare a meno della compagnia di Gesù, uomo come te, Dio come Dio. Santità è amare gli uomini e la Chiesa. C’è bisogno del prete oggi? Più di quanto si possa credere. In un mondo dove tutto ha un prezzo, il prete dice gratuità; in un mondo che non ha mai tempo, il prete sa dove scovarlo il tempo. In un mondo che confondendo il rispetto per chi soffre, educatamente, gli propone di morire, il prete, invece, gli rimane accanto per aiutarlo a cantare l’ultima strofa dell’inno alla vita. Al prete interessa tutto, la tua vita, le tue sofferenze, le tue angosce, le tue speranze, i tuoi ricordi. Me ne convinco sempre di più. Giovedì. Sto tornando da una visita al cimitero. A piedi, con la corona in mano, vado farfugliando 50 volte il mio amore alla Madonna. Mi vede da lontano, mi saluta, mi raggiunge. Non so chi sia, ma so che ha fiducia nel prete che è in me. In pochi minuti riversa nel mio cuore il dolore che nel quale sta annegando il suo. La sua giovanissima figliola è morta di cancro pochi mesi fa. Mi mostra la foto. Rimaniamo a parlare. Poche parole, una preghiera, una benedizione. La invito a credere che la morte è una bugia, che la sua ragazza vive ed è felice in Dio. Il suo volto s’ illumina. A casa, leggo da “Avvenire” l’omelia del Papa alla Messa del giorno: « Il ministero ordinato è un dono del Signore, che ci ha guardati e ci ha detto: seguimi. Non un “servizio” o “un patto di lavoro”». Pietro, ancora una volta, ci traccia la strada da percorrere e ci conferma nella fede.

Padre Maurizio Patriciello.