Infermiere professionale, lavoravo in ospedale.
Arrivò che era ancora vivo. Avrà avuto non più di 20 anni. In officina era stato colpito da una scossa elettrica. Facemmo di tutto per strapparlo alla morte. Alla fine volò via.


Non era per me la prima volta che un giovane mi morisse tra le mani. Stavolta, non so perché, fu diverso. Rimasi a guardare quel ragazzo morto come intontito: dove era andato? Continuava a vivere? Era tutto finito? Credo che debbo anche a lui e al lavoro in ospedale se la mia riflessione sul senso della vita e della morte sia approdata verso il sacerdozio.


Nato in una famiglia cattolica, frequentavo, allora, una Chiesa evangelica. Dopo i primi anni di entusiasmo, cominciavo ad avvertire che qualcosa mi mancava in quella comunità che pure amavo. Mi mancava l’Eucarestia e il Papa; la Madonna e la gioia di pregare per i morti.

Un giorno, a Napoli, mi fermai a dare un passaggio ad un frate francescano: quell’incontro mi cambiò la vita.

Il ritorno alla Chiesa cattolica e il desiderio di essere completamente del mio Signore fu tutt’uno. I dubbi, però, erano tanti. A Roma, nel mese di novembre del 1982, volle che conoscessi una sua cara amica, affetta da sclerosi multipla, Mena. Fra Riccardo e Mena vegliavano su di me, ma né loro spingevano troppo, né io ero disposto a rischiare. Il tempo passava. Che fare? Andai a Lourdes con l’intenzione di chiedere alla Madonna un po’ di luce. Se il Signore mi voleva sacerdote ero pronto, ma che me lo facesse capire.


A Lourdes passavo il tempo tra gli ammalati e la preghiera alla Grotta, da dove giungeva una forza magnetica che mi inchiodava in ginocchio, per ore, con la corona in mano.
Un giorno, solo, pregavo nella Basilica del Rosario. Ricordo ancora che indossavo la mia vecchia camicia militare e un paio di jeans. La barba alla Fidel Castro, i capelli lunghi e la fronte tra le mani a chiedere un pò di luce.


Venne a sedersi accanto a me, nonostante la chiesa fosse semideserta. Gabriele – lo chiamerò così -, cominciò ad aprirmi il cuore. Disposto ad ascoltarlo, gli consigliai, però, di rivolgersi a qualche sacerdote per una confessione. Non volle. Passammo insieme la giornata. Si confidò. Mi raccontò la vita. Poi ripartì.


Rimasi ancora solo. I giorni del pellegrinaggio volgevano al termine. Alla Grotta, ancora una volta, rivolsi lo sguardo alla Madre buona: « Non lasciarmi nel dubbio. Sono disposto subito ad abbandonare quel poco che ho costruito, ma dimmi se è ciò che il Tuo Figliolo vuole». Un dolce rimprovero sembrò che mi giungesse:« Ancora non hai compreso? Ancora gemi?».


Tornato a casa mi iscrissi alla facoltà di Teologia. Fu un anno duro e bello. La mattina in facoltà, pomeriggio e notte in ospedale. L’anno dopo lasciavo il lavoro per iniziare l’avventura più bella che avessi mai potuto immaginare di vivere. Correva l’anno 1984 ed io avevo 29 anni.
Gli anni del seminario sono stati un tempo di Grazia straordinario.

Il nome del giovane che spirò tra le mie braccia non lo ricordo più.
Gabriele non l’ho più rivisto, ma ho sempre considerato la chiacchierata di quel giorno la prima confessione non sacramentale del mio sacerdozio.


Fra Riccardo, in Africa, sempre di più innamorato di Cristo e della Chiesa, è diventato più povero dei suoi poveri.
Io sono rimasto in Campania ancora incapace di comprendere e smaltire, dopo 30 anni, lo stupore che mi abita dal giorno dell’ ordinazione. La mia sorte è caduta su luoghi magnifici e deliziosi.

La mia riconoscenza è eterna.


Padre Maurizio Patriciello.