Mi viene in mente così, all’improvviso, mentre leggo i giornali del mattino. E’ una barzelletta, una di quelle storielle comiche inventate per far ridere gli ospiti in una noiosa sera d’inverno.


Ricordo che da bambini ridevamo a crepapelle quando ci veniva raccontata. Ve la ripropongo: Durante una battaglia, un soldato viene colpito in pieno da una granata e si accascia insieme al suo cavallo Il cavallo, con il ventre squarciato, è in fin di vita. Il soldato, poverino, sta peggio di lui: ha una gamba rotta, un braccio che gli penzola dalla spalla fracassata e… il resto ve lo lascio immaginare. L’uomo si guarda attorno per scorgere qualche commilitone che venga a prestargli aiuto. Fortuna: scorge un uomo che porta la sua stessa divisa e gli rinasce la speranza. È salvo. Arriva, correndo, il soldato e visto il cavallo che versa in pessime condizioni, imbraccia il fucile gli spara subito un colpo mormorando fra i denti “ Soffre tanto, non è giusto… occorre avere un cuore buono ed evitargli altre inutili sofferenze…”. Pam, pam, e il cavallo finisce all’altro mondo. 


Sistemato il cavallo, l’uomo, con il fucile ancora fumante, si rivolge al ferito e gli chiede come si senta. Atterrito, in preda al panico, tremante per la paura che l’amico dal cuore buono gli faccia fare la stessa fine del cavallo, il ferito, con una smorfia che vuole essere una risata risponde: “ Bene, bene, amico… Sono proprio fortunato… ah! ah! ah! È esplosa una bomba qui vicino, il mio cavallo è rimasto stecchito, ma io non ho riportato alcun danno. Niente, non mi sono fatto proprio niente… Grazie, buon amico, grazie, và pure per la tua strada, io, io sto benissimo…” Sistema alla meglio la gamba su una carriola e, saltellando, cerca di andare il più lontano possibile dall’amico dal cuore troppo buono.
Fine della barzelletta.
L’ho voluta ricordare perché rende bene il senso di tanti scempi che avvengono sotto i nostri occhi e che sovente non siamo in grado di cogliere, vuoi per il linguaggio cifrato, vuoi per quella patina di falsa pietà con cui vengono presentati.


Pensavo all’aborto selettivo. Che cos’è? Detto in parole semplici è quella tecnica tesa a eliminare un feto perché malato e far nascere il fratellino che, invece, gode buona salute.
Pensavo alla diagnosi pre – impianto. Si tratta più o meno dello stesso principio: esamino gli embrioni, scelgo il migliore e lo faccio nascere a spese della sorellina che si presenta malaticcia.
Il pensiero corre all’eutanasia: parola etimologicamente ambigua. Vuol dire accorciare i giorni a una persona perché la malattia che lo assedia gli rende la vita dolorosa e difficile da sopportare. 


I problemi sono complessi, enormi. Ci vuole scienza, coscienza e tanto amore per il prossimo per poter dire una parola che sia rispettosa della vita, degli ammalati, del bene comune e delle future generazioni.
Ancora una volta, bando ai giochi semantici, alle ideologie nemiche dell’uomo, e rispetto grande per la vita, per ogni vita, in qualsiasi momento della vita.
Ci doni, il Signore, la grazia e la forza per essere seminatori di gioia soprattutto verso coloro che soffrono e faticano ad alimentare la speranza.


Ci doni di essere voce di chi voce non ha, in particolare dei bimbi che ancora non sono nati, ma che di nascere hanno un grande desiderio, se solo gli lasciamo il tempo di poterlo fare.
Ci liberi, il Signore, da certi figuri che di questi tempi vanno alla ricerca di feriti, siano essi uomini o cavalli, ( in verità più uomini che cavalli!) da mandare all’altro mondo “per pietà, per amore e per il rispetto dei diritti umani”.
Doni, il Signore, a questa nostra povera e bella umanità, la grazia di non soccombere alle lusinghe degli amici dal cuore buono e dal fucile fumante.

Padre Maurizio Patriciello