Sono napoletano, non sono un ladro. Come me, migliaia di napoletani, furti, rapine e “scippi” di ogni tipo li hanno subiti, non provocati.

Le parole, pesanti come una montagna, rivolte a una persona campana da un barista a Courmayeur, offendono non solo me e i miei corregionali onesti ma la ragione e il buon senso.

Prima di parlare è sempre bene pensare e pesare le parole, per non fare figuracce, non creare inutili polemiche, per non essere ridicoli, per evitare spiacevoli conseguenze. L’antico, noioso, antipatico, insopportabile vezzo di impacchettare le persone, come se fossero noccioline, e giudicarle dal colore della pelle, dalla lingua che parlano, dalla religione che professano o dal conto in banca, è duro a morire. Queste offese gratuite fanno soffrire gli onesti e crepare dalle risate i disonesti. Onesti e disonesti che, naturalmente, trovi dappertutto. E questo fatto inquieta.

Inquieta prendere coscienza che il male, come la muffa, si annida anche dove non te lo aspetti, e cioè nel tuo stesso cuore. Per estirparlo devi impegnarti, lavorare, lottare. Devi sudare, imparare a ragionare. Quando confondi il carnefice con l’innocente, quando non sei capace di tenere a freno l’ira, quando la tua parola diventa quella “orribile chiacchiera” dalla quale Kierkegaard ci metteva in guardia, devi correre ai ripari. « Non ci piacciono i napoletani perché sono tutti ladri, perché quando ci sono napoletani nel locale fanno sempre casino e spesso rubano i soldi dalla cassa», avrebbe detto il gestore. Non mi interessano i motivi che hanno portato questo illustrissimo signore a farsi questa convinzione, non voglio sapere quali popoli del mondo gli fanno simpatia e perché. Ognuno è libero di pensare quel che vuole, se riesce a tenere per sé il suo pensiero.

Il gestore ha continuato a dire delle astruserie: « Il locale è mio e nel mio locale i napoletani non li voglio», dimenticando che il bar è un esercizio pubblico. Ma non è tanto quest’uomo che mi preoccupa. Di persone “simpatiche”, “originali” in giro se ne trovano tante. La cosa che più sconcerta me e i miei concittadini è che per la Procura di Aosta il fatto non costituisce reato di diffamazione e neppure d’ingiuria. Nemmeno si può parlare di “odio razziale o etnico”. Insomma, tutti a casa e più amici di prima.

Secondo questo ragionamento, dunque, dare del ladro a un popolo intero non è affatto un’ offesa. Che cosa allora sia non si capisce. Questo modo di ragionare non fa bene non solo a noi napoletani ma a tutti, perché tutti domani potrebbero essere denigrati in quanto sardi, siciliani, veneti o moldavi. Da oggi questa menzogna pericolosa e sciocca può essere detta e ripetuta impunemente. Se tutti i napoletani sono ladri, dunque, lo sono anch’ io. E con questo non credo che abbiamo reso un buon servizio alla verità, alla fiducia reciproca, all’armonia tra i popoli. Naturalmente, secondo questo schema, che oscilla tra l’ infantile e il cattivo, i napoletani potrebbero rispondere come meglio credono, tirando in ballo gli innocenti abitanti della stupenda cittadina di Courmayeur. Non lo faranno.

Da secoli hanno imparato che si giudica il reo, non la sua famiglia o il popolo cui appartiene. Il fatto ha dell’incredibile. Purtroppo non tutti riescono a rispettare il prossimo e questa cosuccia sta alla base delle tante difficoltà che ci tocca affrontare da mattina a sera, perché senza il rispetto reciproco vengono smantellati i capisaldi della convivenza civile e democratica. Anche la legge, signora al di sopra delle parti, deve sforzarsi di discernere bene i fatti per punire chi sbaglia e dare giustizia all’offeso. Ne va della fiducia che i cittadini ripongono in essa. Le sentenze si accettano e noi le accettiamo. Ma anche si commentano e si criticano. E noi, i diretti interessati, lo facciamo con molta preoccupazione. Perché tra le righe vi leggiamo i pericoli che in essa si annidono.

Noi non ci rassegniamo che si faccia pigramente di ogni erba un fascio, che si schiaccino nello stesso calderone i buoni e cattivi. Ladri, imbroglioni, razzisti, stupratori, bugiardi, assassini, purtroppo, li trovi dappertutto. I confini, geografici, ideologici, linguistici, non hanno mai separato il male dal bene e il bene dal male. Al massimo gli hanno cambiato i connonati. Vorrei rassicurare il gestore del bar di Courmayeur.

Stia sereno, mi chiamo Maurizio Patriciello, sono napoletano ma non sono un ladro. Se dovessi passare da quelle parti, la prego, non si precipiti a chiamare la polizia.

Padre Maurizio Patriciello.