“Ave Maria gratia plena, Dominus tecum…”.

Nei pochi ricordi che mi accompagnano da sempre, la mamma mi appare così, in piedi, mentre prega, con le mani giunte, in camera da letto, davanti al comò più alto sul quale troneggiava l’ immagine della Madonna del Rosario di Pompei.

Una cantilena dolce, struggente, una nenia appena sussurrata. La rivedo poi mentre viene a rimboccarci le coperte e ad accertarsi se i figlioli hanno detto le preghiere: « E voi, ragazzi? Avete recitato la preghiera alla Madonna?» Se ne andò all’improvviso, la mamma, in un afoso pomeriggio di giugno. Non ebbe il tempo nemmeno di dirci addio. Rimanemmo soli, giovanissimi, poco più che bambini.

Gli anni che seguirono mi videro alla ricerca sincera del senso della vita. Iniziai a frequentare una piccola comunità di fratelli evangelici. A loro, a questi angeli che trovai sul mio cammino, devo tanto. Da loro ho ricevuto in dono la mia prima Bibbia, con loro ho cercato il Signore anche quando amava giocare a nascondino. Loro mi hanno aiutato a tenermi lontano dalla droga e dalle tante trappole che affascinano i giovani. Anni belli, che hanno inciso nel mio essere uomo, cristiano e che, per quanto possa sembrare strano, mi hanno preparato a essere prete. Col tempo la mia riflessione teologica si andava intensificando. Con la Bibbia avevo acquisito grande confidenza, una confidenza, però, da autodidatta. Sentivo il bisogno di approfondire.

Tra le poche cose che non mi erano chiare, c’era il timore di questi cari amici e fratelli, che la preghiera rivolta a Maria potesse, in qualche modo, offuscare la figura di Gesù. Ogni volta che se ne discuteva, a me ritornava in mente la mia mamma con la corona in mano e il volto luminoso. La rivedevo, stanca, dopo una giornata passata a servire il marito e i cinque figli maschi, riposare, finalmente, ai suoi piedi. Risentivo la sua voce salmeggiare le parole tanto antiche e tanto semplici. Senza timori, senza imbarazzi, senza il minimo dubbio che la sua preghiera fosse gradita a Dio ed esaudita.

Ai miei occhi, Maria, non sostava accanto ma davanti al Figlio, come una potente lente d’ingrandimento. Una lente grazie alla quale il volto del Signore si faceva più brillante, ci appariva più familiare. Mi sembrava di capire che Maria mettesse in risalto i suoi lineamenti, le sue piaghe, il suo sorriso, il suo sguardo, il colore della sua pelle. Lei lo ama. Da sempre ne è perdutamente innamorata. Il suo volto materno addolcisce i suoi tratti e le sue parole. Non che di Gesù dobbiamo aver timore, solo che in compagnia della Mamma la famiglia è al completo.

Del suo tratto squisitamente e delicatamente femminile necessitano i credenti e la Chiesa. Ho sempre avuto un grande rispetto per i fratelli cristiani non cattolici, ho sempre compreso la “gelosia” che nutrono per la divinità del Figlio di Dio, la responsabilità che avvertono nel rimanere fedeli alla Parola. Ma dentro di me sentivo, così, per intuito, che aveva ragione la mia mamma. Un giorno sul mio cammino apparve un frate. Scalzo, la tonsura che gli incorniciava il capo, l’abito cencioso e tutto rappezzato, il dito pollice in alto, in orizzontale, a chiedere la carità di un passaggio in macchina. Dall’aspetto strano e trasandato pensai che fosse un seguace di qualche setta orientale.

Una cosa, però, attrasse la mia attenzione. Dal suo fianco pendeva un oggetto che mi ricordava tanto quello usato dalla mamma quando pregava. Era la corona del Rosario. Quindi, quel giovane barbuto doveva essere un cristiano cattolico. Un frate? Un uomo che aveva donato a Gesù la sua vita? Mi fermai. Saltò in auto. Entrammo subito in confidenza. «Chi sei?» gli chiesi, sorridendo. “ Mi chiamo fra Riccardo, sono un frate francescano”. Giunto a destinazione, scese. Lo seguìì con lo sguardo mentre si allontanava saltellando come andando a una festa. Nei giorni seguenti andai a cercarlo. Diventammo amici. Nel giardino del suo “convento” si respirava la pace a pieni polmoni, i confini geografici e ideologici sbiadivano. Il nostro parlare spaziava tra teologia, politica, attualità, peccato, grazia. Maria, la sua presenza, la sua importanza, le sue grazie nella vita della Chiesa. Viveva Riccardo con la sua comunità in dei vecchi vagoni ferroviari alle porte di Napoli.

Povertà assoluta. Autenticità evangelica. Gioia vera. Fiducia nella Provvidenza. Francesco redivivo? Il ritorno alla Chiesa cattolica e il desiderio di appartenere completamente al Signore furono tutt’uno. In estate andai in pellegrinaggio a Lourdes. Lourdes. La grotta. Le piscine. La presenza viva di Maria. Ai suoi piedi rimanevo per ore. La fissavo, la contemplavo, me ne innamoravo mentre farfugliavo mille volte le parole che scolvolsero la storia. “Ave Maria, piena di grazia …”. Le chiedevo luce, avevo paura di fare un passo falso. Sacerdote? Possibile? Lei sorrideva. A Lourdes compresi che la strada era proprio quella. Vertigini! Si ricominciava daccapo. A trent’anni. In seminario. Prete. Indegnamente ma veramente prete. Da impazzire. Un povero prete con la corona in mano. Gesù, Sacerdozio, Eucarestia, Parola di Dio, Maria. La mia ricchezza. Il mio tesoro. Il mio tutto.

Un giorno da un rigattiere ambulante intravidi un quadro antico, sbiadito, malandato. Un’ immagine della Madonna del Rosario di Pompei, identica a quella, andata perduta, della mia infanzia. Mi precipitai a riscattarla. La portai a casa. Ritrovai il vecchio comò. Ricomposi l’altarino davanti al quale la mamma, con semplicità, infinita confidenza, e mai dubitando della bontà, della comprensione, dell’amore della Madonna del Rosario, ogni sera le apriva il cuore e le chiedeva di accompagnare e benedire i suoi figli. E lei, Maria, da vera signora, ha mantenuto la parola data.

Padre Maurizio Patriciello.