Troppe altre porte chiuse.

Nessuno deve essere lasciato fuori dalla porta. La politica, italiana ed europea, deve essere capace di allargare il proprio sguardo, accogliente, su tutti. Nessuno deve sentirsi un figliastro del suo Paese. Nemmeno quei giovani che, in genere, non fanno rumore, non provocano e non spaccano tutto, non danno fastidio, non alzano la voce, ma si rimboccano le maniche e si danno da fare. Sono i nostri giovani emigranti. Così diversi dai loro antenati che varcarono l’Oceano o le Alpi con la valigia di cartone. Oggi, in genere, partono con almeno una laurea in tasca conseguita magari col massimo dei voti. Hanno tanta voglia di lavorare, di affermarsi e altrettanta amarezza in cuore nel lasciare la patria. Anche a questi italiani l’Italia deve guardare. Anche di loro si deve ricordare. Se ne vanno. A malincuore. Potrebbero e vorrebbero dare tanto al Paese che li ha visti nascere e dove si sono formati, ma sono costretti a volare altrove.
Michele è un giovane ingegnere, ultimo di otto figli, laureato a Napoli. Giovanni, suo papà, era un operaio edile. Per tutta la vita si è spezzato la schiena perché i figli potessero studiare e rimanere onesti. Ha lavorato quasi sempre in nero. Erano gli anni in cui nei territori a cavallo delle province di Napoli e Caserta non si muoveva foglia se il clan dei Casalesi non voleva. Soprattutto nel mondo dell’edilizia e dello smaltimento dei rifiuti industriali e urbani. Tutti sapevano, tutti facevano finta di non sapere. Sono gli anni in cui le periferie si popolavano di centinaia di palazzi, sorti come funghi, senza alcun piano regolatore. Per non sottostare a mortificanti umiliazioni, Giovanni, sovente, accettava di lavorare fuori regione. In giro per l’Italia. Partiva il lunedì quando l’alba non s’intravvedeva ancora, e ritornava il venerdì notte. Al massimo rimaneva fuori quindici giorni, di più non ce la faceva a stare lontano dai figli. Si sfibrò di fatica. Si ammalò. Leucemia. Fece in tempo, però, a vedere il suo Michele laureato. Una soddisfazione.
Dopo la morte del padre, Michele, è dovuto volare in Perù per avere un lavoro degno. Sta bene, è sereno, guadagna abbastanza. Ma c’è un’ombra. Michele è fidanzato con Diva, donna minuta, garbata, bella. Anche Diva, dopo la laurea a pieni voti in biologia, e tanti vani tentativi per inserirsi nel mondo del lavoro, ha dovuto emigrare. È approdata in Inghilterra. In poco tempo ha scalato diverse tappe e oggi occupa un posto di grande responsabilità nell’ospedale dove lavora.
Diva è soddisfatta, guadagna bene, è rispettata e stimata. I due giovani, ormai trentenni, vorrebbero mettere su famiglia. Una famiglia cristiana. Vorrebbero mettere a disposizione del loro Paese, che amano e rimpiangono, gli studi e le esperienze fatte. Giovani senza grilli per la testa, abituati a sudare per raggiungere risultati senza furbizie e sotterfugi. Purtroppo, il matrimonio per loro resta una sorta di miraggio. Da mesi stanno decidendo che cosa fare. Sarà Michele a lasciare il Perù e trasferirsi in Inghilterra o Diva a rinunciare al suo lavoro e volare in Sud America?
Comunque vadano le cose, il loro grande sogno comune è tornare in Italia. Nella loro Italia, l’Italia che amano e vogliono servire. Non sono i soli, naturalmente. In Michele e Diva si possono riconoscere migliaia e migliaia di nostri connazionali. Sono veramente tanti gli italiani che non hanno scelto di emigrare, ma che hanno dovuto farlo per non restare a contemplare il cielo dopo la laurea o un buon diploma. Anche a loro l’Italia e l’Europa devono guardare. I nostri emigranti sono uguali e diversi dai loro coetanei che invece arrivano da noi come immigrati, a loro volta in cerca di lavoro e di serenità. Uguale è l’umanità, diverse sono le storie e e assai spesso gli studi. Michele e Diva sono professionisti che desiderano dare il meglio nei rispettivi campi di competenza. E nessun immigrato sta rubando loro lavoro e pane. Non c’è conflitto d’ interessi. Né gelosia. Tutt’altro.
Immigrati ed emigranti. Due facce diverse e, per certi aspetti, identiche di un Paese in evoluzione e con troppe porte chiuse (anche quelle che non si sbandierano). Due realtà cui occorre guardare con rispetto e serietà. Due realtà che interpellano la politica e i politici alla viglia di queste elezioni in cui bisogna continuare a fare e un po’ decidersi a rifare l’Europa, nostra casa comune, e le sue concrete politiche per la gente.

Padre Maurizio Patriciello.