Cinque fori, solo cinque fori nella serranda della pizzeria Di Matteo, una delle più famose del centro storico di Napoli. Bastano, almeno per adesso, bastano.

Il viandante frettoloso nemmeno ci fa caso. Con questo vento freddo che ulula nei vicoli, poi. Niente di nuovo sotto il pallido sole che a stento riesce a penetrare tra i decumani della vecchia Napoli. Si è sempre fatto così. Cambiano le persone, i vecchi camorristi muoiono o marciscono in galera, i figli e i nipotini ne prendono il posto. La fiorente industria della camorra, oggi sostenuta dalle baby gang, non è mai fallita. Come l’araba fenice, rinasce, si rinnova, si rigenera.

Cinque colpi di pistola esplosi nella gelida notte. Niente di grave, non ci sono morti né feriti. Nessuno ha visto, nessuno ha corso rischi. Un lavoro quasi di routine, portato felicemente a temine. Eppure quei cinque buchi dai contorni incerti dicono più di quanto si possa ingenuamente credere. Dicono che l’antica serpe che da sempre si annida tra i vicoli di Napoli non è affatto morta ma continua a tenere sotto controllo la città. Sempre, anche quando sembra che tutto proceda per il meglio. Anche quando l’illusione di averla sconfitta si fa prepotente. Nei giorni in cui sulla città si accendono i riflettori, com’ è accaduto nel mese di gennaio, allorché una bomba esplose davanti alla la pizzeria Sorbillo, per qualche giorno, prudentemente, si fa da parte, si limita a guardare, mentre si gode lo spettacolo. Appena l’attenzione si sposata altrove, loro ritornano. Come hanno sempre fatto, come sanno fare. Di notte, quando la gente dorme, quando i vicoli sono deserti, quando il buio avvolge la città. Non c’è bisogno di essere visti.

Il proprietario dell’esercizio finito nel mirino, capisce. Senza bisogno di parlare. E non solo lui. Cinque colpi di pistola per dire che qualcosa necessita di essere aggiustato. Per richiamare al proprio “dovere” qualcuno che si è lasciato distrarre. Cinque colpi di pistola esplosi senza nemmeno scendere dal motorino.

“Fate quello che volete, marciate pure per le strade, gridate pure nelle piazze i vostri “no” e i vostri insulti alla camorra, non ci sono problemi. Anzi, se vi serve aiuto, chiamateci. Anche a noi piace inveire contro lo Stato corrotto e i servizi inesistenti. Anche noi vogliamo strade più pulite e scuole più efficaci. Fate, ma lasciateci fare. Fate, ma ricordatevi gli impegni presi. Protestate, ma pagate la tangente. Lamentatevi, ma non dimenticate il pizzo. La gente è stanca di sentire lamentele, vuole vivere serena, vuole illudersi, e voi la tranquillità gliela rubate quando dite, scrivete e ribadite che a Napoli la camorra è viva e vegeta. Proclamate, piuttosto, che le cose vanno bene, che, con gli ultimi arresti, a Napoli la camorra è stata sterminata. La gente dimentica facilmente. Anche il commercio nei quartieri a ridosso di via Duomo, in via dei Tribunali, a San Gregorio Armeno, a San Biagio dei librai,vostre ha bisogno di tranquillità per continuare a svilupparsi, in caso contrario è la fine dell’economia dei vicoli. Allora, presto, sostituite la serranda bucherellata, tornate a infornare pizze. Avete capito la lezione. Non è successo niente. A buon intenditore… nessuno vi farà del male. Se obbedite, se non vi ribellate, se sarete ragionevoli, non vi accadrà niente. Noi vogliamo solo che la tradizione non s’ interrompa. Che si continui a fare come s’ è sempre fatto. Lo sapete, ci conoscete, noi vogliamo solo campare a sbafo. Fregandocene di voi e delle vostre leggi. Appollaiati comodamente sulle vostre spalle come gli avvoltoi sulla carogna di un bovino. Come già fecero i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri zii. Dobbiamo campare tutti, no? Mica vorreste ingrassare da soli? Tutti scendiamo a “lavorare” la mattina, tutti dobbiamo portare il pane a casa, tutti abbiamo i figli da sfamare. Certo, c’è chi lo fa in un modo e chi in un altro. Chi infornando pizze e chi riscuotendo il pizzo”.

Avete appena letto la confessione di un camorrista napoletano. Fermiamoci oggi, porgiamo l’orecchio, non tiriamo dritto. Quei cinque buchi nella serranda della pizzeria Di Matteo, si stanno lamentando, gemono, piangono, gridano, vogliono essere ascoltati. Ci stanno raccontando una storia. Una tristissima storia antica e, purtroppo, sempre nuova.

Padre Maurizio Patriciello.