Tra Pelagio e Agostino la Chiesa scelse Agostino. Eppure Pelagio era un santo monaco che ardeva d’ amore per Cristo, desideroso si vivere in una Chiesa più bella, più santa, più pura. 

Pelagio aveva tanta fiducia nell’ essere umano da credere che avrebbe potuto salvarsi da solo, con la buona volontà, l’ascesi, la preghiera, la penitenza. Agostino, invece, il cantore della “felice colpa” ha concosciuto la pesantezza e l’umiliazione del peccato e la gioia della grazia. Questione antica e sempre nuova. Siamo salvati perché Cristo è morto per noi, ma siamo chiamati a corrispondere al dono gratuito del perdono.

Il capitolo 25 di Matteo che papa Francesco ci invita a meditare, ci ricorda quanto le nostre opere pesino nel Giorno del giudizio. Tutti vorremmo vedere il volto di Cristo riflesso in coloro che annunciano il vangelo, salgono l’Altare, battezzano i nostri bambini, ascoltano le nostre confessioni. Dimenticando che chi ci confessa a sua volta si confessa. Non fa finta di confessarsi, si confessa veramente. Ha bisogno di essere perdonato come noi, di essere compreso, come noi, di essere ascoltato, come noi.

Gesù ha voluto scegliere i suoi ministri non tra gli angeli ma tra gli uomini. Lui stesso ha voluto essere uomo, condividendo in tutto, eccetto il peccato, la nostra natura umana. Avrebbe potuto creare direttamente ogni vita che viene a rinnovare la terra, ha preferito dare questo dono, questa responsabilità, quest’ opportunità, questa gioia agli uomini. Correndo i rischi che sappiamo. E senza intervenire. Tanto da sembrare insensibile alle sofferenze umane. Fino al punto da essere incolpato per gli scempi e le tragedie derivati dalle scelte scellerate degli uomini.

Ha fatto sul serio, il Signore. Non ha barato quando ci ha donato il fuoco sacro della libertà. Ha fatto sul serio. Anche quando con quel fuoco ci siamo scottati. Anche quando quel fuoco è diventato un rogo che bruciava, dilaniava, uccideva bambini, donne, uomini senza colpe. Ha fatto sul serio, il Signore. Anche quando gli hanno inchiodato il figlio su una croce, hanno vituperato il suo nome, hanno calpestato l’Eucarestia. Questa Chiesa ha solcato i mari della storia. Ha visto nascere e morire popoli, civiltà, casati, imperatori e dittatori. Questa Chiesa che, come un ponte, colma il fossato che ci separa da Cristo doveva arrivare fino a noi per farci correre fino a Cristo. E deve il suo cammino fino alla fine dei tempi.

Di questa Chiesa possiamo essere servi fedeli o sciacalli camuffati. Questa Chiesa possiamo contribuire a far navigare speditamente o tentare di fare affondare. Papa Francesco ci ha ricordato che Padre Pio, il santo cappuccino, campano di nascita, pugliese di adozione, “ ha amato la Chiesa, con tanti problemi che ha la Chiesa, con tante avversità, con tanti peccatori – la Chiesa è santa, è la sposa di Cristo ma noi, i figli della Chiesa, siamo tutti peccatori e alcuni grossi – ma lui ha amato la Chiesa come era, non l’ha distrutta con la lingua come va di moda farlo adesso”. Francesco non usa giri di parole, il Vangelo gli impone di parlare con “parresia”. Francesco, vicario in terra di Cristo-Verità ci indica la strada della verità. La lingua distrugge. Chi dalla lingua si lascia trasportare affoga se stesso e trascina gli altri nel gorgo di una palude puzzolente. Ruba la speranza ai semplici. Getta fango sul volto di Cristo. Rovina i suoi fratelli. Pone ostacoli al vangelo. Si allontana dalla fonte della vita. “ Chi ama la Chiesa sa perdonare” ha continuato il Papa, “ perché sa che lui stesso è peccatore e ha bisogno del perdono di Dio”.

L’uomo perdonato si sente come un agonizzante ritornato in vita. Ha guardato negli occhi la morte, ne ha avuto paura, ribrezzo, quando una mano misericordiosa, compassionevole, con dolcezza infinita, lo ha risollevato e rimesso in piede. Vivo per miracolo. Il perdono è questo. Sono vivo per miracolo, non per merito. Un dono. Solamente un dono. Un dono ricevuto gratuitamente che occorre gustare e condividere gratuitamente “ Non si può vivere tutta la vita accusando, accusando, accusando la Chiesa. L’ufficio di accusatore è del diavolo”. Che oltre ad accusare, rattrista e divide. Lacera e separa. Illude e tramortisce.

Lo Spirito Santo, invece, è la colla che unisce, l’avvocato che ti giustifica, il consolatore che ti dona gioia. La Chiesa è nostra madre. Sempre. Vogliamo amarla e servirla. Nella verità e nella santità. Anche quando l’amore al vangelo, alla verità, alla persona umana, ci impone di denunciare i mali presenti nella Chiesa, vogliamo farlo col cuore che sanguina, mai per soddisfare il nostro egosimo, il nostro bisogno di primeggiare, o, peggio, per mascherare il nostro peccato.

Padre Maurizio Patriciello.