Guy Verhofstadt è un europarlamentare belga, votato dai suoi connazionali per fare gli interessi del loro Paese, il Belgio, appunto. Giuseppe Conte è il presidente del Consiglio italiano, scelto dai partiti vincitori delle ultime elezioni democraticamente svoltosi in Italia.

Martedì all’Europarlamento di Strasburgo, Guy Verhofstadt, rivolgendosi a Conte, in italiano, retoricamente chiede: « Per quanto tempo ancora sarà il burattino mosso da Salvini e Di Maio … ». Chiamare “burattino” il presidente del Consiglio è offesa talmente grave che per commentarla non occorre scomodare la politica, quella con la maiuscola intendo, ma soltanto rifarsi alle più elementari norme della buona educazione e di quel minimo di senso civico che i nostri rispettivi Paesi ancora si sforzano di conservare. Valori rari di questi tempi, è vero, ma sempre da perseguire. Un modo di esprimersi che ha dell’assurdo, perché le offese pronunciate non sono tanto rivolte alla persona del presidente Giuseppe Conte ma al popolo italiano che rappresenta. Troppo sangue è costata la conquista della democrazia per rischiare di farla vacillare. Chi governa legittimamente può piacere o non piacere, può essere criticato o elogiato, sostenuto o sfiduciato.

Il dibattito politico, lo scambio di idee e di proposte, sono l’ossigeno della democrazia. I rappresentanti li elegge il popolo, un popolo, a volte, disorientato, a volte bistrattato e confuso, altre volte ancora ingannato dalle stesse persone di cui si è fidato. La storia è piena di individui indegni, traditori, arrivati a occupare le più alte cariche istituzionali. Un popolo, quindi, che cerca il meglio e quando non lo trova imbocca la strada opposta a quella sperimentata prima. Queste eventualità, questi “corsi e ricorsi storici” dovrebbero far riflettere di più e meglio coloro che detengono il potere e non intendono cederlo ad altri. Un popolo che vive sulla propria pelle i ritardi, le liti, le incomprensioni, i sotterfugi e i ricatti dei vari schieramenti. Le scelte politiche non sono pagine di Vangelo, è vero, ma coinvolgono la vita della gente, nel bene e nel male. Parlamentari, ministri, capi del governo non hanno il dono di parlare ex cathedra, perciò vanno monitorati, tallonati, seguiti con attenzione. Deleghe in bianco non devono essere date a nessuno, ma questo vale per tutti, italiani e belgi, tedeschi e francesi, americani e russi. Nessuno, e, insistiamo, nessuno, ha però il diritto di offendere il Premier di un Paese amico.

La compostezza del presidente Conte è stata encomiabile. Amareggiato, tra l’altro ha detto: «Ciò che mi ha veramente indignato sono stati i commenti di alcuni che si dicono italiani e che pur di attaccare il nostro governo hanno elogiato Guy Verhofstadt, un politico nelle mani di varie lobby e comitati d’affari, probabilmente senza neppure sapere chi fosse». Capisco la soddisfazione intima dei parlamentari italiani avversi alla politica dell’attuale governo, non capisco gli applausi elargiti a chi in quel momento stava offendendo anche loro e chi li aveva eletti nella persona del loro Premier. Ho detto il “loro”, perché l’inquilino di Palazzo Ghigi, chiunque sia e da qualsiasi partito provenga, è il Premier di tutti gli italiani. Ciò non vuol dire condividerne per forza le scelte, tutt’altro. I cittadini, la Chiesa, gli uomini di cultura, i partiti all’opposizione hanno il dovere di criticare e suggerire, impegnarsi e stimolare, consigliare e protestare. Chi siede nei palazzi del potere, però, ha il dovere di pesare le parole e non scagliarle contro l’avversario come frecce avvelenate. Bene avrebbero fatto gli europarlamentari italiani al completo a prendere le distanze dal collega belga e a pretendere immediatamente le scuse per le offese fatte al popolo italiano.

Credo che la nobiltà d’ animo di un vero politico si vede anche, e forse soprattutto, dalla capacità di dare torto a un amico quando sbaglia e stringere la mano a un avversario quando sta subendo un’ingiustizia. Altiero Spinelli credo che lo avrebbe fatto.

Padre Maurizio Patriciello.