«Sto pensando a quando sarò grande, mi sposerò e avrò un figlio. Che cosa si dirà, che mio figlio è il nipote del “mostro”?».

Il bambino che pronuncia queste terribili parole è Gigi, nove anni, l’ultimo fratellino di Tony, il giovane che a Cardito, l’altra domenica, ha ucciso il figlio della sua compagna.

Dopo l’omicidio, Cardito è stata invasa dalle telecamere. La gente, allibita, addolorata, scandalizzata, sui social ha dato sfogo alla rabbia. La violenza degli adulti sui bambini è insopportabile. Inconcepibile. Chi si fa forte con i deboli è un vile. Tante persone hanno sentito il bisogno di chiamare l’assassino “mostro”, “orco” e, in lingua napoletana, “lota” cioè fango, augurandogli tutto il male possibile. Sono convinto che Tony non volesse arrivare a uccidere Giuseppe, ma “solo” picchiarlo, punirlo, sfogando su di lui il suo malessere. Purtroppo il ricorso alla violenza sui bambini e sulle donne in tanti luoghi è ancora all’ordine del giorno. Occorre avere il coraggio di estirparla alla radice, iniziando dalle piccole cose, dalle piccole prepotenze, dai piccoli atti di bullismo, di sopruso. A cominciare da quella verbale, da quella che ci arriva in casa attraverso la televisione.

Anche le violenti liti tra parlamentari che, troppo spesso avvengono alla Camera, sono un esempio pessimo dato in pasto ai telespettatori, così come la violenza negli stadi e attorno a essi. Occorre dire un “no” totale, senza ambiguità, senza cedimenti, senza concessioni, perché ogni violenza sai da dove parte, ma non puoi sapere dove va a finire. Per questo motivo non è giusto che i civili dispongano di armi “per potersi difendere”. A ciascuno il suo. A me, prete, il Calice e l’Altare, a te poliziotto o carabiniere, la pistola e le manette. Il discorso si allarga.

Sui social, dunque, sono state scritte parole di condanna, di offese, di ingiuria contro l’assassino; tante cose giuste, altre meno giuste; tante cose vere, altre meno vere. L’amore per il piccolo Giuseppe, lo sdegno per la sua morte atroce, deve portarci a comprendere, aiutare, amare anche Gigi che di Giuseppe era amico. La foto che li ritrae insieme durante il campo estivo parrocchiale è tenerissima.

Lungi da me l’intenzione di sminuire o giustificare la gravità dello scempio; sono convinto, però, che gettare paglia secca sul fuoco dell’orrore sia non solo inutile, ma controproducente. Tony è nelle mani della Giustizia, sarà giudicato e condannato. Nostro dovere, adesso, non è fare a gara a chi sa offenderlo di più, ma fare il possibile – e anche l’impossibile – per dare un futuro alle sorelline della vittima e alla loro mamma. Senza dimenticare Gigi.

Il Web, purtroppo, non conosce la pietà e in un piccolo centro come Cardito la memoria dei fatti più crudeli ha vita lunga. Nel momento in cui ci immergiamo in questo dramma, facciamo in modo che non ne produca altri. Il fuoco deve essere spento non attizzato. Facciamo di tutto perché Gigi non abbia ad avvertirsi come il fratello del “mostro”. Il dolore e la rabbia, come i fiumi, necessitano di essere arginati, perché non straripino e inondino i cuori fino ad affogarli. Sete di giustizia, sì, di vendetta mai. Processi giusti, pene certe, desiderio di rieducare il reo.

La nostra vittoria è questa. Lacrime, sconcerto, dolore, sensi di colpa, esami di coscienza, ma aperti a una speranza che non deve, non può morire. Non permettiamo che gli innocenti che con Tony hanno rapporti di affetto e di parentela abbiano a sopportare un supplemento d’ inutili sofferenze.
Facciamo uno sforzo. Facciamolo per Gigi. Rassicuriamolo. Suo figlio non sarà “il nipote del mostro”. Lui non è “il fratello del mostro”. Lui è Gigi, un bambino bello come tutti i bambini. Un bambino a cui voler bene, come a tutti i bambini. 

Padre Maurizio Patriciello