Tutti siamo tentati, a tutti il nemico delle anime nostre propone una felicità a basso costo, una sorta di scorciatoia, di corto circuito. La tentazione non è peccato, ma resistervi può essere difficile; dipende dal cammino di fede, dalla forza di volontà, dal desiderio di santità.

“La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue o carne … ma contro gli spiriti del male” scrive san Paolo. Prima di essere commesso il peccato ci appare l’unica via di uscita, la migliore cosa da fare; un attimo dopo ci presenta il conto da pagare. Un conto altissimo e amaro come il fiele. Tutti, credo, abbiamo sperimentato la pesantezza del peccato, il rimpianto per non averlo evitato, il desiderio di essere perdonati. Dio nessuno mai l’ ha visto, Gesù ce l’ ha rivelato e ci ha detto che è Fiamma che brucia, Luce che illumina, Cuore che perdona. Dopo essere caduti nella trappola, vorremmo tornare indietro, ma indietro non si torna nemmeno di un istante solo. Che fare, allora, quando la coscienza morde, la gioia evapora, e tu soccombi sotto il peso dell’azione commessa? Che fare quando sai di esserti sporcato ma desideri ardentemente di essere lavato? Ti disperi? Giammai.

La disperazione è l’inferno sulla terra. Disperare vuol dire non aver fiducia in Dio. Nessuno, nemmeno Caino, nemmeno Giuda, nemmeno i più grandi peccatori della storia hanno il diritto di disperare del perdono di Dio. C’è una strada per uscire dal dolore, dalla contraddizione, dal non senso, dal peccato, ed è quella di riprendere subito il cammino interrotto. C’è una porta, anzi un portone, sempre aperto per uscire dal tunnel nel quale ti sei incamminato. Devi chiedere perdono quanto prima. Lo so, ti senti un vigliacco, un incoerente, un fallito. È un buon segno, la nostra fiducia è nel Padre non in noi. Chi obietta: «è facile», ha ragione e torto. Troppo facile, avrebbe dovuto dire. Il perdono non si merita, s’ implora. Se il penitente potesse accampare dei meriti non sarebbe più perdono ma ricompensa. La bellezza del perdono è la gratuità. Riconoscersi peccatore, dunque, è il primo passo per gustare la dolcezza della riconciliazione. Nessuno sarebbe disposto, però, ad aprire il cuore a chi non sa mantenere un segreto. Tutti desideriamo mostrare il meglio di noi stessi non il peggio. Vogliamo parlare con Dio, ma anche avere la certezza di essere stati esauditi. Sono disposto a mettere a nudo la mia coscienza, a rivelare le mie miserie a un ministro di Dio pur di sentirmi dire:« Va, la tua fede ti ha salvato». Tante volte uscendo dal confessionale mi sono sentito come un malato guarito, un cieco che vede, uno zoppo che riprende a camminare. Ho avuto la sensazione di essere rinato a vita nuova. Dio ha perdonato il mio peccato, non lo ricorderà più, non me lo rinfaccerà più, lo ha gettato nel mare della sua misericordia. E se mi ha perdonato lui ho il dovere di perdonarmi e perdonare anch’io.

Ciò che ho ricevuto in dono devo donare. La Chiesa, madre, sorella, maestra, amica, psicologa, nei secoli ha interpretato al meglio le parole di Gesù. I suoi ministri, peccatori e limitati, hanno il potere di perdonare i peccati. Verrebbe da morire dalla vergogna. Chi sono io che oso perdonare i tuoi peccati? Mai come nel sacramento della Confessione e nella celebrazione della Messa, il prete deve liberarsi in fretta da una finta umiltà. Non davanti a me viene a inginocchiarsi la sorella o il fratello che mi apre il cuore. Non è me che cerca ma il Signore che intravede nella mia persona. La mia mano stesa sul suo capo è la Sua mano, le mie parole sono le Sue parole:«Dio Padre di misericordia … ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. E io ti assolvo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo». La voce, solo la voce, commossa e tremante, è mia. Chi perdona è Lui. Mistero stupendo, ricchezza infinita della nostra fede. Al diritto alla “privacy” la Chiesa è arrivata prima delle società civili. Nessuno osi criticare a cuor leggere l’invenzione dei confessionali. Sono il monumento storico del profondissimo rispetto dell’uomo nel momento in cui, pentito, chiede di essere perdonato. Sono la tomba dei peccati. In confessionale siamo in tre, il penitente, il celebrante e lo Spirito Santo.

In una parrocchia di Nardò, nel Salento, sono state scoperte due microspie nei pressi dei confessionali. Fatto gravissimo e raro nella storia della Chiesa. Non ci interessano le motivazioni di coloro che sono arrivati a tanto, speriamo che vengono individuati e puniti. Nessuno si permetta di ripetere lo scempio, nessuno osi rapinare i credenti della certezza della segretezza della confessione. Nessun penitente, in nessun luogo, deve avere il minimo dubbio di essere ascoltato da orecchie estranee. Nella lunga storia della Chiesa non è successo quasi mai che un prete abbia svelato una confessione. Nemmeno sotto tortura. A riguardo abbiamo santi come Giovanni Nepomuceno, che si lasciò annegare per non rivelare il segreto confessionale.

Chissà che la Provvidenza non si serva di questo increscioso fatto di cronaca per farci ritrovare la strada e la gioia della confessione. Un dono immenso e gratuito. Frequentarlo spesso può farci solo bene.

Padre Maurizio Patriciello.