Fu amore a prima vista. “Incontrai” per la prima volta don Primo Mazzolari nella facoltà teologica di Capodimonte, a Napoli. Ero entrato in seminario a 29 anni, dopo essere stato lontano dalla Chiesa cattolica per molto tempo. L’ incontro con fra Riccardo, giovane francescano, mi riportò alla fede e mi fece scoprire la vocazione al sacerdozio.

Lavoravo allora in ospedale, ero paramedico con funzioni direttive. Avevo abbandonato la Chiesa circa dieci anni prima convinto che non avesse più niente da dirmi. La sentivo lontana dalle problematiche dei giovani, dalle loro speranze, dai loro dubbi, dalle loro paure. Mi accostai agli studi teologici come a una fonte di acqua fresca.

Avevo sete di conoscere, sapere, indagare. Prendevo nota dei libri, autori, riviste, recensioni che venivano citate durante le lezioni. Avevo da recuperare l’ ignoranza e la stupida superbia accumulata negli anni precedenti. Fu allora che, dall’ attuale vescovo di Chieti, il teologo Bruno Forte, per la prima volta, sentì il nome di don Primo Mazzolari.

Perché quel prete veniva citato nelle aule universitarie? Che cosa aveva detto o fatto di eccezionale da farlo ricordare a 30 anni dalla morte? Eravamo alla fine degli anni ‘80. Dopo aver letto e ascoltato di lui, sentivo la necessità di entrare in contatto con il suo pensiero, i suoi scritti. Personalmente, senza mediazioni. Lo sguardo di don Primo superava sempre gli orizzonti stabiliti dalla pochezza umana. Lui guardava lontano. Il suo pensiero spaziava dentro e fuori la Chiesa.

Ricordo che mi addoloravo non poco nel constatare l’ incapacità di alcuni esponenti della gerarchia ecclesiastica nello sforzarsi di comprendere le motivazioni profonde del suo operare. Non capivo – a dire il vero ancora oggi faccio fatica a comprendere – perché la Chiesa tenesse sotto controllo la sua predicazione, i suoi articoli, i suoi libri.

Non capivo che cosa avesse da temere da questo prete intelligente, umile, povero, obbediente. Ebbi tra le mani “La più bella avventura”. Rimasi conquistato dal commento che don Primo faceva della parabola del Figliuol prodigo. Avevo letto quel racconto decine di volte, su quelle pagine avevo tenuto incontri di catechesi per i giovani. Lo avevo sentito commentare da tanti preti. Ma la lettura che ne faceva do Mazzolari, così attenta, particolareggiata, originale mi affascinava.

Da sempre l’ accento andava sul figlio scavezzacollo, che, dopo l’ esperienza della lontananza e del peccato, a capo chino, ritorna sui suoi passi, più che su quel Padre dal cuore immenso che non aveva mai smesso di aspettarlo.

Quasi mai si badava al fratello maggiore che era rimasto in casa. Anzi, ad essere sincero, a me sembrava che qualche ingiustizia quel giovane l’ avesse subita. In fondo lui era rimasto a lavorare nei campi, aveva fatto il suo dovere, non aveva abbandonato il vecchio padre. Adesso che il prodigo, con la coda tra le gambe, ritornava sui suoi passi, il padre impazziva dalla gioia? La lettura di Mazzolari mi apriva spiragli nuovi.

Il Padre misericordioso che cerca e abbraccia i suoi figli con la stessa attenzione, lo stesso amore. Compresi che le pagine della Scrittura non saranno mai adeguatamente commentate; sono uno scrigno zeppo di tesori che non smette di stupire.

Il tema dei “lontani” stava a cuore a don Primo almeno quanto quello dei vicini. Egli sapeva bene che si può essere lontani fuori e anche all’ interno della Chiesa. Non è una questione geografica, un timbro di appartenenza. Per i lontani sentiva un amore e una comprensione particolare.

Quanta sofferenza dovette patire per non venire meno alla sua vocazione che lo spingeva oltre. Don Primo, cappellano nella grande guerra, dovette assistere, ma non rassegnarsi, alla follia di chi ne invocava un’ altra. C’era da impazzire.

In Italia un uomo era stato capace di arrivare al potere, ammaliare, ingannare, fino a distruggere gli italiani. Nel tempo dello sconcerto, della fame, della paura la gente va alla ricerca di un qualsiasi “messia”. E lo trova. E riversa su di lui angosce e speranze, malumori e deliri.

In quegli anni furono tanti a non badare troppo alle sottigliezze, a non fare attenzione a chi, limitando e negando la libertà, non faceva presagire niente di buono. Il male – tutti i grandi mali della storia – iniziano così: con la complicità dei cattivi, degli scaltri, degli arrivisti e il silenzio ossequioso dei buoni. Presto il fascismo presentò il suo vero volto. Prepotente, mafioso, ingannatore. Volto di morte. Puzzo di bruciato. Presto il dittatore gettò via la maschera.

Mazzolari intuisce, capisce che il regime non potrà mai essere amico del progresso, della coscienza, della libertà. Della Chiesa. E lo dice, lo predica, lo scrive. Senza paura, senza infingimenti, senza ipocrisia. Pagando un prezzo altissimo. Sembra un bambino ingenuo, a volte, questo prete appassionato del suo sacerdozio, della sua Chiesa, del suo Paese.

“ La più bella avventura”, come tanti altri libri che verranno dopo, sarà ritirata dal commercio. “ Roma” lo chiede. Don Primo obbedisce. Ancora il 23 luglio del 1960, il cardinale Alfredo Ottaviano, avendo saputo che il « Comitato esecutivo per le onoranze a don Primo Mazzolari» stava curando la ristampa del libro si premura di ricordare al vescovo che “ in data 4 febbraio 1935, questa Suprema Sacra Congregazione comunicò al vescovo di Cremona l’ ordine di ritirare dal commercio l’ opera citata».

Mazzolari era morto da più di un anno. Si era alla vigilia del Concilio Vaticano II. Don Primo di volta in volta abbassava la testa e incassava la “sconfitta”. Sempre in piedi. Sempre coniugando verità, obbedienza e carità.

Mi accorsi di non stimare solo il suo pensiero ma di volergli un bene dell’ anima. Lo consideravo il mio maestro. Presi a invocare la sua intercessione. Per la mia ordinazione sacerdotale, dagli amici ebbi in dono anche i suoi diari i quali mi aprivano un ulteriore spiraglio anche sul suo animo di pastore. Quante omelie ho “ rubato” in questi anni ai suoi appunti. A quanti funerali ho ripetuto le sue parole: « Voi, miei cari, accendete fiammelle sulla mia tomba e per me mormorate una preghiera. Io accendo in voi un tremolio di immortalità. Non soffiatevi sopra, non tentate di spegnerlo. È il mio regalo per voi. È la mia parola che oggi diventa sacra».

Grazia Deledda, la scrittrice sarda, premio Nobel per la letteratura nel 1926, avendo sposato un uomo di Cicognara, sovente, passava qualche giorno nella sua parrocchia. Colpiscono ancora oggi le osservazioni di don Primo sulla famosa scrittrice: « Non ho mai trovato una scrittrice così poco colta e così poco letterata e nello stesso tempo capace di servire una cultura e arricchire le lettere di un paese». Ancora di più mi colpiva il suo animo di pastore attento quando, sempre della Deledda, osserva: « Le anime si assomigliano tutte. L’ ultima scopaia quando parlava da quella sedia dei suoi guai, non aveva una faccia diversa». Il premio Nobel e la scopaia.

La storia, intanto, era cambiata. Il fascismo aveva lasciato un’ Italia in ginocchio, agonizzante ma anche aveva aperto la via alla democrazia. Anche la Chiesa andava cambiando. L’ arrivo al Soglio pontificio di Giovanni XXIII lasciava intravedere spiragli nuovi. Già si parlava di un probabile concilio. Papa Giovanni ne diede ufficialmente l’ annuncio il 25 Gennaio del 1959. A Mazzolari non sembrava vero.

Ordinato prete nel 1989 io ero diventato parroco a Caivano, nel napoletano. In un quartiere difficile e problematico, dove la disoccupazione arriva alle stelle e lo spaccio di droga in quantità industriale è, sovente, l’ unica fonte di guadagno per decine di famiglie. Quante volte, immaginando don Primo al posto mio, gli ho chiesto: « Aiutami. Consigliami. Tu che faresti in questa situazione?» Certo Caivano non era Cicognara, non era Bozzolo. La Campania non è la Lombardia. I miei disoccupati erano diversi dai suoi scopai e dai braccianti agricoli. Covavo nel segreto un sogno: andare in pellegrinaggio a Bozzolo. Pregare sulla sua tomba, toccare l’ altare dove celebrava la santa Messa.

Nell’ estate dell’ anno scorso questo desiderio si è potuto realizzare nel migliore dei modi. Avevo ricevuto l’ incarico di commentare il vangelo della domenica nella trasmissione “ A sua immagine” su Rai 1.

Ero libero di scegliere i luoghi che, secondo me, potessero offrire ai telespettatori qualcosa di interessante. Nell’ elenco, naturalmente, non poteva mancare Bozzolo. Arrivammo. Non mi sembrava vero. Mi sono seduto dietro la sua scrivania, ho pregato sulla sua tomba. Ho incontrato qualche testimone che ancora lo ricorda. Ho visitato il centro che raccoglie i suoi scritti, i suoi oggetti, le sue memorie. Ho fatto amicizia con il direttore, don Bruno Bignami, un prete giovane, colto, disponibile, ma, soprattutto, innamorato di don Mazzolari. E proprio perché innamorato può scriverne adeguatamente. Ho sfiorato con le mani i suoi diari. Ho potuto leggere la famosa pagina datata 5 febbraio 1959 quando finalmente poté incontrare il Papa.

Fu in quella occasione che Giovanni XXIII, spiazzando tutti, salutò il parroco di Bozzolo con quella espressione benedetta: « Ecco la tromba dello Spirito Santo in terra mantovana». Era vero? Quella stessa sera don Primo annota nel suo diario: « Ho dimenticato tutto». Le anime grandi sono fatte così. Non conservano rancori, malumori. Come neve al sole si sciolsero rammarichi, ingiustizie subite, dolori. E pensare che solo pochi giorni prima aveva scritto: « Io non sono contento di Dio né di Cristo né della Chiesa e tanto meno dei preti». Era il giorno 1 febbraio del 1959. Poche parole che non avevo trovato altrove. Evidentemente il parroco di Bozzolo stava attraversando un momento di grande sconforto.

Com’ è bello sapere che anche i grandi, i giusti, gli eroi, i santi sono passati attraverso la notte buia dello scoraggiamento e della tristezza che tante volte colpiscono noi poveri mortali. Pochi giorni dopo aveva già dimenticato tutto. La sua giornata era ormai agli sgoccioli. Il Signore che aveva servito e amato lo volle consolare prima del grande giorno.

Cinque aprile 1959, prima domenica dopo Pasqua, Mazzolari, appoggiato alla balaustra della parrocchia di san Pietro, durante la Messa, sta commentando il vangelo alla sua gente. Un attimo. Si sente male, si porta la mano alla fronte, si accascia. Il 12 dello stesso mese, rende la sua bella anima a Dio. Alla sorella Giuseppina, papa Paolo VI, qualche anno dopo, dirà: « Ha sofferto e fatto soffrire. La colpa non è stata nostra. Lui correva troppo e noi si arrancava a stargli dietro. Questa è la sorte dei profeti». Abbassiamo il capo e ringraziamo Dio.

Signore Gesù, dona alla tua Chiesa uomini veri che sappiano essere severi con se stessi e misericordiosi con i fratelli. Uomini e donne che sappiano riconoscere il soffio dello Spirito tra le mille piaghe della storia. Manda ancora oggi profeti come don Primo Mazzolari.

Maurizio Patriciello.