Ad Adriano Celentano gli argomenti per intrattenere il pubblico, fare bella figura e strappare applausi non mancavano di certo. 

La cronaca – dal governo, agli immigrati; dai senzatetto che nelle nostre città muoiono di freddo, alla Giornata mondiale della gioventù – gliene offre tanti da lasciargli solo l’imbarazzo della scelta.

Che sentisse il bisogno di ricorrere – pure lui! – allo stereotipo di una Napoli mafiosa nessuno lo aveva messo in conto, in particolare i diretti interessati, i napoletani. Non perché fosse poco elegante, ma perché non è proprio – come dire? – originale spingersi a fare funeste “profezie” per il futuro della città. È uno sport pericoloso.

Non occorre essere esperti di storia della mafia nei decenni a cavallo dell’Italia unita, né inoltrarsi nel groviglio di studi sul rapporto tra Stato e mafia dal dopoguerra ai nostri giorni per sapere che origini, sviluppo e previsioni del fenomeno mafioso nelle regioni del Sud Italia sono più complessi di quanto può sembrare a prima vista.

E, per la verità, non occorre nemmeno avere il coraggio di un Peppino Impastato, un don Giuseppe Diana o un Giovanni Falcone, per sparare “profezie” che dovrebbero realizzarsi quando saremo già passati all’altro mondo.

Ma perché questo gigante della canzone italiana va a impelagarsi in questa situazione? E tu che da sempre gli hai voluto bene, tu che sei cresciuto canticchiando le sue canzoni, tu che lo senti parte della tua vita, della tua famiglia, tu che fai? Timidamente gli ricordi che le mafie negli ultimi anni si vanno evolvendo alla velocità della luce; che i mafiosi nostrani hanno smesso da un pezzo di girare con la coppola e la lupara, che oggi viaggiano in prima classe dall’uno all’altro mare, spostano capitali milionari, parlano diverse lingue e hanno più di una laurea in tasca. Che le mafie, quindi, assumono sempre di più carattere nazionale, internazionale con la complicità dei colletti bianchi, di tanta politica corrotta e collusa e di quella piaga purulenta che è la corruzione, che, come disse papa Francesco “spuzza”. “ Mafia International”, la scritta troneggia su un palazzo all’ombra del Vesuvio. L’anno è il 2068. Boh! Se qualcuno ai tempi in cui giocava a pallone in Via Gluck, gli avesse detto che era inutile lottare perché da quella condizione di povertà non sarebbe mai uscito, come l’avrebbe presa?

La sua vita sta a dimostrare il contrario. Non sarebbe, quindi, bello se, oggi, dall’alto dei suoi ottant’ anni incoraggiasse, con la simpatia che gli è connaturale, i giovani di Scampia e di Forcella, dei Quartieri Spagnoli, di Casal di Principe, di Casapesenna, di quei luoghi che hanno subito il puzzo della vecchia mafia? Li invitasse a non rassegnarsi davanti agli ostacoli, a non aver paura di niente e di nessuno, a stringere i denti, ad andare avanti con onestà, perseveranza, caparbietà?

La pianticella della speranza, che alberga in tutti noi, non deve essere estirpata, calpestata, lasciata essiccare, ma coltivata e fatta germogliare. Di quella pianticella tutti siamo responsabili, soprattutto chi dalla vita ha ricevuto molto, e Celentano ha ricevuto tanto.

A Napoli la lotta alla camorra non conosce tregua; tante battaglie sono state vinte, tante altre si stanno combattento, la guerra, no, per adesso, non è stata ancora vinta. E questo perchè non è una guerra civile, non riguarda solo i napoletani, ma l’intera nazione.

Camorra, mafia, ‘ndrangheta sono fenomeni criminali che riguardano lo Stato italiano non solo il Sud. Celentano queste cose certamente le sa e perciò gli chiediamo di unirsi a noi nella lotta che quotidianamente sosteniamo.

Leggo sul Web il dolore e la rabbia di tanti giovani napoletani alla trovata del Molleggiato. Mi dispiace tanto. Per lui, per noi, per questa previsione che non ha senso. Spero in un atto di umiltà e una richiesta di scuse da parte sua. Ci aiuterebbe a scrivere la parole fine su questo antipatico incidente e continuare a vedere in lui l’artista da sempre amato e non un uomo di parte in questa Italia che fa sempre troppa fatica a sentirsi unita.

Padre Maurizio Patriciello.