Tenente dei vigili urbani di Acerra, nel Napoletano, era stato assegnato al pool ambientale. Lottò con grande coraggio per difendere la sua gente e l’Italia tutta dagli inquinatori che uccidono

Aveva 59 anni quando, quattro anni fa, moriva Michele Liguori. Tenente dei vigili urbani di Acerra, nel Napoletano, era stato assegnato al pool ambientale; pool formato da un solo componente: lui. Non si scoraggiò ma con i pochi mezzi a disposizione si mise a lavorare alacramente. 

Michele amava la sua terra, la terra dei suoi padri, la terra dei suoi figli. E in quella terra da qualche anno accadevano cose inspiegabili. Incredbili. Quella terra si andava trasformando, sotto gli occhi di tutti, nella discarica di tonnellate di rifiuti industriali provenienti dal nord Italia. Michele iniziò a indagare, perlustrare, denunciare. A richiamare l’attenzione delle istituzioni.

Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Non una volta sola, sia da chi aveva interessi occulti che da amici preoccupati per i rischi che correva, si sentì dire: « Ma chi te lo fa fare?». Chi te lo fa fare a perdere la pace? A rovinarti la salute? La rassegnazione è una brutta bestia. Quando la gente perde la speranza, quando non crede più a nessuno; quando trascina stancamente le giornate, e si convince che “non c’è più un giusto, nemmeno uno”.

Al tenente Liguori quelle parole non piacevano, gli facevano più male di una pugnalata al cuore. Non era un ingenuo, Michele, sapeva bene che il via vai illegale dei rifiuti industriali era redditizio per i delinquenti e pericoloso per chi tentava di bloccarlo. Sapeva bene che la camorra da sola avrebbe potuto ben poco se non avesse avuto l’aggancio delle isituzioni, che a loro volta, sotto banco, intessevano rapporti con certi colletti bianchi, ormai insozzati. 

Michele sapeva che per mettere a tacere un uomo di buona volontà basta fargli terra bruciata intorno, isolarlo, metterlo alla berlina. Sapeva tutto il tenente di Acerra ma sentiva di dover assolvere a una missione. La sua terra veniva violentata, inquinata, avvelenata. La sua gente si intristiva, si ammalava, moriva. No, non c’era tempo per pensare a se stessi. Non era possibile tirare i remi in barca. Ai diritti si può anche rinunciare ai doveri no. 

Non potevo far finta di non vedere, a me i vigliacchi non piacciono” rispose a un giornalista con un fil di voce sul letto di morte. Tutti sapevano nomi e cognomi degli inquinatori di Acerra; tutti conoscevano i tre fratelli Pellini, due imprenditori nel settore dei rifiuti e uno, addirittura, carabiniere. Loro, milionari, potevano permettersi una schiera di avvocati coadiuvati da schiere di periti. E l’Italia, all’epoca, non aveva nemmeno una legge sugli ecoreati capace di incastrare gli avvelanatori. E poi c’era quella benedetta – o maledetta? – prescrizione, che, come un balsamo, al momento opportuno, correva in aiuto non ai maltrattati ma ai maltrattatori.

Michele, però, è testardo. Non molla. Non si rassegna. Non indietreggia. Come attratto dal canto di una sirena, va e viene dalle campagne. Di quelle campagne conosce ogni sito, ogni angolo, ogni segreto. Fotografa, parla, denuncia. Chiede aiuto. Gli servirebbero più uomini, più mezzi, più collaborazione.

Il maresciallo Liguori è uno zelante servitore dello Stato. Talmente zelante che, pochi anni dopo, sarà sollevato dall’incarico e trasferito al castello baronale, uno di quei posti agognati da tanti impiegati pigri e negligenti; dove non si corrono rischi e lo stipendio è assicurato. In parole povere, il tenente Liguori, viene messo a tacere.

I miasmi tossici respirati durante le lunghe perlustrazioni, i veleni che andava a scavare con le proprie mani, hanno portato, però, le loro conseguenze. Michele si ammala di due tumori. Lotta contro il mostro che lo divora lentamente. Spera di guarire, si illude, poi capisce che i giorni si fanno brevi. Alla vigila di san Sebastiano martire, patrono della polizia locale, Michele rende la sua anima a Dio.

Il vescovo di Acerra, monsignor Antonio Di Donna, celebra il funerale. Venerdì scorso si è tenuta la messa di suffragio e la commemorazione di questo nostro eroe. La chiesa era gremita. Parenti, amici, colleghi, comitati ambientalisti sono venuti a rendere omaggio a Michele. Il vescovo, ancora una volta, con una pacatezza pari solo alla fermezza e alla forza della verità, ha richiamato l’ attenzione sul dramma ambientale che ha dovuto subire il nostro territorio. Dramma che non ha potuto non riversarsi anche sulla nostra salute. Con voce commossa, elenca i nomi degli ultimi bambini morti di tumore, alcuni di pochi mesi appena.

I fratelli Pellini sono stati riconosciuti colpevoli. La cassazione ha detto l’ultima parola. Michele ha vinto la battaglia.
 Anche grazie a lui la “terra dei fuochi” campana ha reso un servizio a tutta l’Italia. Oggi tante regioni vanno scoprendo i nostri stessi problemi. Terra dei fuochi infatti “non è un luogo ma un fenomeno”. Un fenomeno talmente grave e pericoloso per l’ ambiente e la salute da spingere papa Francesco a donare al mondo e alle future generazioni l’importantissima enciclica “Laudato si’”. 

E oggi, venerdì 19 gennaio, il comando di polizia municipale di Nola (Napoli) è stato intitolato a Michele Liguori. Liguori, è stato ricordato nella cerimonia, alla presenza dei familiari e dei componenti dell’associazione ‘i fuori coro’, nel corso della sua carriera era riuscito a trovare decine di discariche abusive di rifiuti tossici. Proprio per questo era stato definito “il vigile eroe della terra dei fuochi”. Questa mattina la figura di Liguori è stata ricordata con una messa, celebrata dal vescovo Antonio Di Donna, che ha invitato i suoi concittadini a non rendere vano il suo sacrificio.

Padre Maurizio Patriciello