Il freddo che si fa gelo è il nemico più cattivo dei senzatetto. Solo a Roma quest’inverno ne sono deceduti 10. una riflessione che ci scuota la coscienza

La tentazione è forte. I pensieri, l’attenzione spaziano sulle grandi questioni nazionali e internazionali. I giornali sono pieni di novità interessanti e preoccupanti nel campo della politica, dell’etica, della religione, del terrorismo. Ci sono notizie che fanno più notizia e altre, invece, che passano quasi inosservate. Non tutte le morti, per chi legge, hanno lo stesso valore. La tentazione di voltare pigramente la pagina del quotidiano che abbiamo tra le mani nell’apprendere della morte di un barbone, è forte. Eppure dall’inizio di quest’inverno gelido, solamente a Roma, ne sono morti 10. Se ne sono andati avvolti in un silenzio surreale, quasi chiedendo scusa per il fastidio procurato. Sono stati in mezzo a noi, li abbiamo conosciuti e aiutati; forse avremmo potuto fare di più per difenderli dalla morte. Senza bisogno di essere eroi, senza dare fondo alle nostre risorse, senza compiere azioni eclanti. Sarebbe bastato poco. Uno sguardo più amorevole che si traduce in uno sguardo più attento e intelligente. Lo sguardo di chi vede quello che c’è da vedere e non quello che vuol vedere; lo sguardo che non passa oltre.

Dieci fratelli che scivolano tra le braccia della morte, avvolti in una coperta di ghiaccio, sono tanti. Tantissimi. Se fossero morti per altri motivi, saremmo corsi ai ripari alle prime avvisaglie. La notizia ci fa male e noi tentiamo di ripararci ricorrendo a qualche giustificazione. Volendo, ne possiamo trovare tante, ma non è il caso. Il freddo che si fa gelo è il nemico più cattivo dei senzatetto. L’ inverno non ama, odia i vagabondi, gli sfortunati, i disoccupati. Un pezzo di pane, un cappuccino, si rimediano facilmente, purtroppo non altrettanto accade con un letto. E il pensiero corre alle tantissime case sfitte. Strano, anche tra i cristiani c’è chi si meraviglia che papa Francesco ci richiami continuamente a volgere lo sguardo ai più poveri tra i poveri. Come potebbe essere diversamente? Come potrebbe il vicario di Cristo in terra abdicare al suo mandato e dimenticare l’esortazione e la rassicurazione del suo Signore? «Lo avete fatto a me», disse Gesù. La casa che hai avuto il coraggio di aprire a chi dormiva nei cartoni, l’hai aperta a me. «Vi ringrazio – sembra dirci − per i fiori che portate alla mia mamma e le candele che accendete davanti ai tabernacoli dai quali veglio su di voi. Apprezzo il vostro amore. Ma, vi prego, procuratemi un giaciglio caldo in questa notte gelida. Fosse anche nell’androne del palazzo o nel capanno del giardino». Ascoltiamolo.

Ricordiamo che i poveri ci rendono il quadruplo di quanto doniamo loro. Senza saperlo, sanno ricompensarci generosamente. Abbiamo bisogno di loro più di quanto crediamo. In mezzo a tanta vergognosa corruzione, frastornati dalla sfrenata corsa al potere, all’accumulo per l’accumulo, al piacere per il piacere, i poveri ci riportano con i piedi per terra, ci ricordano la vera essenza della vita. Roma, città eterna, bella come nessuna al mondo, ombelico da cui si misurano le distanze, libro sempre aperto di fede, di storia, di arte, di cultura, continua a farti onore, corri in aiuto ai senzatetto. Sii di esempio agli altri. Che già lo fai, lo sappiamo. Evidentemente non basta. Devi osare di più.

Deve essere terribile morire da solo, con la febbre alta e la pioggia che ti gela. Forse, fratello, hai chiesto aiuto, forse ti sei addormentato per l’ultima volta sognando la casa dove sei stato bambino. Non sapremo mai, ma possiamo immaginare, che cosa è passato nel tuo cuore mentre dicevi addio alla vita. Una cosa possiamo dire con assoluta certezza: avevamo nei tuoi confronti un debito di amore. Addio, fratello povero. Tra poco più di un mese è primavera. Il freddo infame smetterà di terrorizzare e uccidere i senzatetto, il sole, loro grande amico, li proteggerà. Allora sapranno badare meglio a se stessi, allora potremo anche distrarre un poco lo sguardo. Adesso, no. Questo è il tempo in cui metterli al centro delle nostre preoccupazioni, il tempo in cui adorare Gesù avvolto negli stracci insieme a loro. Accogliamo la sfida. Impediamo alla morte dalla maschera di ghiaccio di continuare a sterminare il popolo dei fratelli senzatetto.

Don Maurizio Patriciello