Siamo stanchi di leggere di “femminicidi”. Amare e sentirsi amati: questo ardentemente desidera ogni essere umano. La radice più profonda, più nobile degli uomini risiede in questo sentimento che dona gioia, benessere, sicurezza, ma anche richiede serietà, rinunce, pazienza. 

A credere di amare si fa presto; ad accendere la fiammella dell’amore basta poco, è nel tenerla in vita che tante volte cozziamo con i nostri limiti, le nostre incapacità. Per secoli i maschi, in un modo o in un altro, hanno relegato la donna a ruoli subordinati, secondari, anche se di fatto, tante famiglie si reggevano grazie alle loro fatiche, alla loro capacità di sopportazione e di perdono. Da quando ha alzato la testa, ha rivendicato i propri diritti, si è rifiutata di rinunciare alla propria dignità, alla propria indipendenza, tanti maschi si sono ritrovati come spiazzati nel rapporto con la propria donna. E, sovente, fanno ricorso alla violenza, nel patetico tentativo di illudersi di comandare ancora.

La violenza, fisica, psicologica, verbale, nella coppia dice sempre debolezza affettiva, razionale, relazionale da parte di chi la esercita. Abbiamo assistito, anche nell’anno appena passato, a troppi omicidi, archiviati come “femminicidi”, ma che, come ha ben scritto su queste pagine l’editorialista Ferdinando Camon, è meglio chiamare “uxoricidi”. Non sono, infatti, donne qualsiasi a venire uccise da uomini qualsiasi, ma mogli, compagne, amanti, ad essere malmenate, umiliate, eliminate dai loro uomini.

Da tenere sotto osservazione, quindi, è la relazione tra due persone che dicono o credono di amarsi e che, almeno dalla parte di uno di loro, si rivela infantile, incapace, malata. Amare significa accogliere nella tua vita una persona che ha i tuoi stessi diritti, che ti ha scelto tra mille altri, che con te intende realizzare i sogni, i progetti da sempre accarezzati: amare ed essere amata, diventare mamma, vivere felice. L’amore è un fiore bellissimo ma delicatissimo, per sciuparlo non occorrono i cannoni, basta un atto di egoismo, di avarizia, di violenza verbale.

Amare è un’arte che, come tutte le arti, si impara. In amore è severamente vietato vivere di rendita; anche le esperienze altrui, certamente utili, mai potranno essere ripetute. Non c’è, infatti, una coppia uguale a un’altra; non c’è un amore simile a un altro amore. Ogni amore, come ogni innamorato, è un unicum. La tua donna va amata per quello che è, non per quello che vorresti che fosse. Un vincolo invisibile, cui guardare con attenzione e rispetto, un vincolo, forte come la morte ma fragile come un calice di cristallo, tiene insieme gli innamorati. Quel vincolo è la relazione. Se si ammala, se viene maltrattata, lentamente allenta la presa, fino a dissolversi del tutto. E tu ti accorgi di ritrovarti accanto un estraneo, una persona che non riesce a farti sognare più o che, addirittura, ti fa paura.

La paura è un sentimento imbarazzante dal quale cerchiamo di affrancarci. Il bambino in preda alla paura scappa, si rifugia tra le braccia della mamma, del papà, di chi gli vuole bene. Solo l’amore sconfigge davvero la paura. Si capisce allora che se a far paura è la persona amata si ribaltano i valori; i sogni diventano incubi, i progetti si rivelano illusioni. Da Napoli, in questi primi giorni dell’anno nuovo, ci arriva una notizia orripilante. Un uomo che, evidentemente, non ha saputo tenere in vita quello che credeva essere un grande amore, impaurito dalla possibilità di essere lasciato dalla sua donna, l’ha minacciata, picchiata, umiliata per la strada; infine le ha stretto al collo il guinzaglio del suo cane tentando di soffocarla. La signora è svenuta e se si è salvata è stato solo grazie all’aiuto dei passanti, che, spaventati a morte, hanno invocato aiuto e chiamato le forze dell’ordine. Una crudeltà che ci lascia sgomenti ma rafforza la nostra convinzione di non abbassare la guardia e insistere a insegnare e testimoniare la vera arte dell’amore. A tutti i livelli e con tutti i mezzi.

Padre Maurizio Patriciello