Ma “loro” come ci vedono? Loro, i poveri, i senzatetto, gli immigrati che all’ingresso di una chiesa, alla stazione, lungo i marciapiedi ci chiedono un aiuto. Da lontano sembriamo tutti uguali, uomini senza volto, senza nome, che corrono inseguendo una meta agli altri sconociuta. 

 Basta poco, una mano tesa, un sorriso, una domanda posta con garbo, una piccola attenzione e la nostra stupenda umanità si fa avanti prepotente.

Silvia è una donna rumena. Sbucata dal nulla, schiva, educata, da mesi siede davanti alla porta della chiesa a chiedere l’elemosina. Diffidente all’inizio, lentamente ha cominciato ad aprirsi con i fedeli che le vogliono bene. Per quanto possiamo ci siamo fatti carichi della sua persona. Da una settimana Silvia non si fa vedere. Capita spesso. Un amico medico m’ informa che una donna rumena di nome Silvia è stata trovata riversa per la strada e trasportata nel vicino ospedale.

«Signora, chi dobbiamo avvisare del suo ricovero?» le chiede il personale. E lei:«La chiesa». Per Silvia, dunque, non eravamo solo coloro che le donavano cibo e vestiti, ma molto di più, il suo punto di riferimento in un Paese straniero. Amici di cui poteva fidarsi …

Sosta davanti al bar dove entro per un caffè. Viene dall’ Africa nera, silenzioso, gentile, mi fissa tenendo tra le mani un berretto capovolto. La gente passa, c’è chi non lo vede e chi lascia cadere un soldino nell’incavo del copricapo. Lo faccio anch’io, con imbarazzo. Come sempre, un senso di vergogna mi prende ogni qualvolta “restituisco” in pubblico qualcosa al legittimo proprietario. Il mendicante ringrazia. Lo invito a entrare con me a fare colazione. Rifiuta. «Come ti chiami?» chiedo. «Giuseppe, mi chiamo Giuseppe». Giuseppe, come il silenzioso sposo di Maria, l’amorevole custode di Gesù. Sorridendo, gli allungo la mano per salutarlo e andare via. «Padre, ho sempre mal di testa» mi dice, guardandomi con due occhioni sbarrati, mentre si toglie il cappuccio dal capo. La fronte nera, alta, lucida i capelli riccioluti, gli occhi vivi e tristi, mi fanno capire che è molto più giovane di quanto avrei creduto. «Da quando tempo? Sei stato da un medico, Giuseppe?» chiedo. «Si, padre, sono andato da medico, mi ha dato medicina, ma io ho sempre mal di testa. Vuoi fare preghiera per me, per favore?» chiede, mentre, con garbo, afferra la mia mano e la poggia sulla sua fronte. Poi s’ inchina e attende fiducioso. Anch’io abbasso lo sguardo e benedico questo fratello sconosciuto. Intorno a noi la gente passa, qualcuno si ferma a guardare stupito un prete italiano e un mendicante africano che pregano per la strada. Ci salutiamo.

Adesso Giuseppe non è più è più uno straniero, ha un nome, un volto, una storia che comincio a conoscere. Ripenso alle parole di papa Francesco:« A Natale non nasce un albero, ma Gesù Cristo». È lui il festeggiato. Giuseppe ha saputo vederlo nel prete, il prete è chiamato a vederlo nel volto di Giuseppe. La sfida è questa, beati noi se sappiamo accoglierla senza paure, senza ritrosie e senza ipocrisie.

«Il Cristianesimo avanza per attrazione non per costrizione» ha detto ancora papa Francesco. Siamo attratti dal bello, non dal brutto; dal vero, non dal falso; dal bene non dal male. Cristo non ci inganna mai, ci dona la gioia promessa appena troviamo il coraggio di uscire dai nostri angusti ambiti e cominciamo a pensare, parlare, agire da uomini liberi.

Liberi di ridere e di piangere; di viaggiare e di pregare; di raccontarci le nostre paure, le nostre speranze, la nostra fede. Di chiedere e donare aiuto senza preconcetti e senza pregiudizi. Da lontano sembriamo tutti uguali.

Un pizzico di coraggio, di pazienza, di generosità; un sorriso, una stretta di mano, una chiacchierata e ci accorgiamo di essere persone uniche e irripetibili.

Persone alle quali altre persone, più povere, più bisognose, più provate dalla vita, in questo momento, per non smarrire la speranza, stanno guardando con fiducia anche se non lo sappiamo, anche se non ce ne accorgiamo.

Padre Maurizio Patriciello.