Puoi avere a disposizione una sorgente zampillante ma col colabrodo non raccoglierai una sola goccia d’ acqua. 

Il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, appena eletto, promise: «In due anni la Campania sarà la prima regione d’Italia nella Sanità».

Purtroppo, come tante altre “profezie”, anche questa non si è avverata. Tra due mesi scade il termine indicato e le cose, più o meno, stanno come stavano. In questi giorni un’inchiesta ha portato agli arresti domiciliari un’intera famiglia d’ imprenditori napoletani. Attraverso ben quattro società avrebbero maggiorato i prezzi delle forniture ospedaliere che rivendevano all’azienda sanitaria del trecento per cento.

La truffa sarebbe stata possibile grazie alla complicità di una dirigente dell’ Asl, Loredana Di Vico, sospesa dal servizio e costretta al carcere domiciliare. Riappare lo spettro che mette in ginocchio l’Italia: l’abbraccio mortale tra rappresentanti, dirigenti della cosa pubblica, che si lasciano ammaliare dal facile e disonesto guadagno, e affaristi senza scrupoli che riescono a dettare leggi nei settori di loro competenza. La gente della strada, i pazienti in corsia, i malati in lista di attesa, che attendono da mesi di essere chiamati per una visita, una colonscopia, un esame diagnostico, non capiscono il motivo per cui tra l’ azienda produttrice di strumentazioni costosissime e la sanità pubblica ci sia spazio per far intrufolare questa gente che gestisce a proprio piacimento i prezzi. Una cosa illogica.

Certo, se l’azienda produttrice venisse pagata regolarmente e in tempi accettabili dagli acquirenti, la cosa non sarebbe possibile. Purtroppo, accade che tra la consegna di un macchinario e il pagamento dello stesso passino anni. E’ in questo spazio di tempo anomalo che s’insinua il mediatore che acquista gli strumenti, salda in poco tempo il conto, e poi li rivende a prezzi esosi alla sanità pubblica. Naturalmente non gli verrebbe facile se il dirigente addetto al controllo fosse una persona onesta, ligia al suo dovere. Nel caso che stiamo raccontando, invece, a quanto pare, la dottoressa Di Vico, il suo dovere non l’ ha fatto.

L’Azienda Sanitaria Napoli 1 – la stessa nella quale cade l’ospedale San Giovanni Bosco, tristemente famoso per il caso delle formiche sul letto di una paziente in coma – ha sospeso la dottoressa, che pare sia legata sentimentalmente a Vincenzo Dell’Accio, amministratore delle quattro società in questione gestite da prestanomi. Si ritorna al punto di partenza. La nostra gente sembra correre all’interno di un cerchio chiuso. Per quanto si dia da fare, si ritrova sempre allo stesso posto.

A Caserta, nei giorni scorsi, il nostro governatore ha rifiutato di firmare un progetto che il governo aveva invece recepito. Alcuni medici di famiglia, prime sentinelle della salute dei cittadini, hanno deciso di mettere in rete, gratuitamente, le informazioni in loro possesso sui pazienti oncologici, naturalmente purificate da tutto ciò che legge prevede per la tutela della privacy. Un lavoro benedetto, svelto, che in tempo reale dà indicazioni preziose sull’andamento di questa patologia. Non per sostituire, ma affiancare il registro tumore, che per, sua natura, ha tempi molto lunghi. Tracciando delle vere e proprie mappe dalle quali si può evincere il concentrarsi o meno di una patologia tumorale su un dato territorio e altre preziose informazioni. De Luca ha ritenuto che il progetto era da rigettare perché realizzato da “soggetti privati”. “ In relazione al controllo dei dati oncologici per la regione c’è un solo ente che li certifica: il registro tumore, la sanità pubblica” ha detto, bollando questi fratelli medici come “ciarlatani”. La collaborazione di cittadini, volontari, professionisti, ripetutamente richiesta e auspicata nei momenti critici e in tempi di votazioni, viene in questo modo completamente disattesa e offesa.

Intanto continuiamo a piangere i nostri morti. Ad Acerra nei giorni scorsi è volata in cielo Alessia, dieci anni appena. A Frattamaggiore, Antonio ha detto addio alla vita, alla vigilia dei suoi 21 anni. A celebrare il funerale è stato il vescovo di Aversa, monsignor Spinillo, attorniato da diversi sacerdoti; la chiesa gremita all’inverosimile; sulla bara la bandiera della Marina militare, nella quale Antonio era entrato da pochi mesi. Lacrime, sconforto, paura. Un dolore immenso che dovrebbe commuovere anche i cuori più induriti e sul quale invece continuano a banchettare i buontemponi.

Padre Maurizio Patriciello.