Tra i poveri i più poveri sono loro. Il Papa ce l’ha ricordato domenica scorsa, Gesù ce l’ha detto duemila anni fa. 

Sono loro, questi stupendi aliti di vita appena percettibili, neonati di solo pochi giorni, abusati, violentati, stuprati da adulti che ci fanno arrossire di vergogna. Uomini che fanno scempio di piccoli indifesi. Don Fortunato Di Noto non smette di gridarlo. Sa bene, il parroco di Avola, che il lamento del povero non sempre trova orecchie disposte ad ascoltare. Non per cattiveria, ma per una sorta di difesa inconscia, per non essere coinvolti, ci teniamo alla larga. Accade – e non di rado – che quando non si riesce a risolvere un problema lo si accantona. Perchè non ci faccia male, per continuare a vivere.

Ed è così che “dimentichiamo” le guerre che da anni portano fame, malattie, emarginazione, morte tra gli innocenti. Dimentichiamo i poveri. Solo Avvenire, giorno dopo giorno, ci ha ricordato per anni che Asia Bibi, nostra sorella nella fede, era tenuta prigioniera perché cristiana. Ci sono giorni in cui si vorrebbero dimenticare le cattiverie fatte dagli uomini ad altri uomini. Occorre cambiare immediatamente il nome a questi esseri umani senza cuore. «Pedofilo» in qualche modo richiama alla mente la parola amore, ma chi stupra un neonato non lo ama, lo uccide. E lo fa con la peggiore delle armi, un’arma a doppio taglio che provoca una “morte” immediata e un’altra a singhiozzo, che si imprime nella sua carne e lo tormenterà per il resto della vita. 

Don Di Noto ci fa sapere di avere scovato nei meandri di internet altri sessanta video con sessanta neonati abusati. Uno dura 45 minuti e coinvolge sette piccole, di cui la più grande ha tre anni. In alcuni casi gli stupratori si riconoscono. Se si fanno riconoscere vuol dire che ci stanno sfidando, si sentono al sicuro, non hanno paura di niente e di nessuno. Delirio di onnipotenza e di follia. Di peccato e di obbrobrio. Se si riconoscono, ovunque siano, devono essere ricercati, acciuffati, incarcerati. L’umanità ha l’urgente dovere di liberare i bambini da questa gente infame. 

«Mi raccomando, silenzio, un dramma che non interessa», conclude don Fortunato il suo Sos. Si coglie tutta l’amarezza di questo fratello che si è lasciato coinvolgere in questa missione difficile, rischiosa, dolorosa. Immensa. Invece, no, don Fortunato, gli inauditi drammi che ci racconti ci tolgono il sonno. Sentiamo il dovere di raccogliere il tuo invito, la tua sferzata, la tua stanchezza, la tua voglia di lottare. Non sei solo. Certo, questo dramma è più grande delle nostre povere capacità, ma quello che possiamo fare lo vogliamo fare. Il silenzio – potente complice degli stupratori – non deve calare su queste violenze disumane nemmeno per un’ora. Dobbiamo chiedere a chi ci governa di fare il possibile non solo per i bambini italiani ma per quelli di tutto il mondo. 

Gli stupratori non devono avere vita facile. Occorre sempre di più parlare, scrivere, portare in televisione le storie delle vittime. Dobbiamo chiamare a raccolta l’intera società civile e religiosa. Sull’esempio di Papa Francesco bisogna mettere da parte i falsi pietismi, i complici silenzi, le ottuse negligenze, scendere in campo e sporcarci le mani. Tolleranza zero, pene severissime per gli stupratori reali e per quelli, insaziabili, che si nutrono di filmati online. Ognuno deve fare la sua parte. Da ogni punto di vista. Ognuno deve dare quello che ha. A tutti i livelli.

Ci chiediamo se e in quante agende politiche, oggi, il dramma della violenza sessuale sui bambini è messo in evidenza in prima pagina. Occorre la collaborazione di tutti per realizzare altre sedi, con più volontari, più esperti, più strumenti, più professionisti che tengono sotto controllo il web e questa fogna puzzolente che vi scorre inosservata. Occorre creare una rete nazionale e internazionale, incrementare le collaborazioni con la Polizia postale. Il pensiero che in questo momento un neonato si stia disperando tra le grinfie di uno stupratore è insopportabile. Quel piccolo si dispera, piange, ci chiama, implora il nostro aiuto. Su, alziamoci, facciamo presto, corriamo a liberarlo.  

Padre Maurizio Patriciello