“ Non ce la faccio più”. Chissà quante volte, anche noi, abbiamo pronunciato queste parole; quante volte un amico le ha confidate a noi. Non ce la faccio più, è venuta meno la forza di lottare, non sono più padrone della mia volontà.

È una sensazione strana, dolorosissima, pesante. Tutto sembra congiurare contro di te. All’improvviso il sole si è nascosto dietro un ammasso di nuvole nere che non ti lasciano intravedere nemmeno uno spiraglio. Che fare? Da chi andare? Correre, correre, correre. Sembra essere questa la parola d’ordine, il verbo da coniugare, l’insegnamento da dare. Correre, certo, ma per andare dove? Quando niente ti dà più gioia, nessuno ti capisce e tu ti senti chiuso come in un imbuto.

Non ce la faccio. Sono giunto al limite delle mie forze, ho consumato anche la riserva, non so a quale fonte attingere. È allora che potrebbe apparire all’orizzonte lo spettro della morte come una liberazione. Il credente sa con certezza che è una tentazione da rigettare, una trappola camuffata, un miraggio menzognero. Arranchi nel deserto arido, hai sete, credi di intravedere un’oasi, corri verso la sorgente e non la trovi. Più corri più vai perdendo le poche forze che ti erano rimaste. Arranchi. Deluso, ti lasci andare. Anche chi non crede in Dio deve ricacciare indietro questa illusione. La vita ha i suoi alti e bassi. Non siamo padroni di niente, nemmeno dell’umore che ci accompagnerà domani. Basta una notizia triste, una cattiva azione ricevuta, il capriccio di un superiore a gettarci nello sconforto.

Abbiamo bisogno di poter contare su amici veri, vicini di casa socievoli, parenti affettuosi. Dobbiamo costruire piccole comunità anche nelle grandi, anonime, città. Soli si muore. Siamo relazione. Tu mi sei caro, ho bisogno di te, conta su di me. Quando la mia vita arranca prendimi in consegna, portami con te, pensaci tu. Siamo relazione, è nostro dovere prenderci cura di chi ci sta attorno, di chi abita nel nostro condominio, nel nostro paese, di chi incontriamo in chiesa, sul treno, alla fermata dell’autobus. La cara mamma valdostana, che ha portato con sé nel suo ultimo, tragico, viaggio i suoi bambini, ci ha consegnato poche, terribili, parole: « Non ce la faccio più». E a noi resta l’amaro in bocca. Un colpo al cuore. Chi soffre non sempre si racconta, non sempre è disposto a dire ciò che forse nemmeno saprebbe descrivere.

Chi soffre, inconsciamente, attende che tu le vada incontro, che senza far domande le dica:« Riposati, alla tua casa, ai tuoi bambini, ai doveri che ti assillano ci penso io. Appoggia il tuo capo sulla mia spalla. Adesso non badare a niente. Riposati, ci sono io, ci siamo noi. Tu sai quanto ci sei cara» Correre? Ma per andare dove? «Venite in disparte con me e riposatevi un po’» disse Gesù ai discepoli che si affannavano a fare il bene. Perché anche il bene occorre fare bene. Per questo necessita avere il coraggio di fermarsi, guardarsi attorno, vedere in una luce nuova quelle cose che da sempre stanno sotto i tuoi occhi.

Riposare non è perdere tempo, impigrirsi, abdicare ai propri doveri. Riposare è ammettere di essere fragili, deboli, bisognosi di aiuto. Riposare, passeggiare, leggere, pensare, pregare è volere a tutti i costi rimanere umani. Gesù ci ha chiesto di amare gli altri come noi stessi. Dedicare del tempo a noi stessi vuol dire amare gli altri. Servire è verbo magico, parola che guarisce. Gesù ha servito i fratelli quando ha lavato loro i piedi e quando ha moltiplicato il pane; quando ha trasformato l’acqua in vino e quando ha guarito il cieco. Ma li ha serviti – anche e forse soprattutto – quando scappava dalle folle per ritrovarsi da solo con il Padre.

Impariamo a guardarci attorno, a essere attenti all’altro, a seminare piccole gioie. A chiedere e dare aiuto. Impariamo a rimanere umili, a non vergognarci delle nostre debolezze, dei nostri affanni, delle nostre malattie. Se divino è il dare, divino è anche il ricevere. La vita è un mistero immenso. Inchiniamoci alla vita senza pretendere di doverla, per forza, sviscerare completamente. Ci appartiene e non ci appartiene, è nostra e non è nostra, l’amministriamo ma non la possediamo.

Ripetiamoci queste verità. Senza stancarci, senza annoiarci, raccontiamole ai bambini.

Padre Maurizio Patriciello.